Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Via Fani: le nuove foto, le nuove bufale

 

di Nicola Lofoco

La girandola di autentiche bugie varie sulla vicenda Moro è sempre continuata, per ben 38 anni,  in maniera imperterrita, come un fiume attentamente irrorato in  continuazione. Questa volta possiamo chiarire con lucidità l’ennesima bufala che ci è stata perpretata per tanto tempo  sull’ agguato di via Fani, inerente ad alcune foto scattate il 16 marzo 1978 dal carrozziere  Gherardo Nucci, domiciliato  all’ epoca in via Fani 109, che ebbe modo di scattare delle fotografie dal balcone di casa sua e dal pianale delle strada.  Le foto vennero consegnate alla sua ex moglie Maria Cristina Rossi, redattrice dell’ ASCA, che dopo aver tentato di venderle ad alcuni quotidiani le consegnò al sostituto procuratore Luciano Infelisi, il magistrato di turno a cui vennero assegnate le indagini.

 Infelisi diede uno sguardo ai negativi, scattati tra le 10 e le 10, 30 ,  vide  che non vi era nulla di particolarmente rilevante e decise al tempo stesso, per correttezza,  di consegnarle  alla Digos. Queste fotografie sono diventate nel corso del anni uno dei tanti tormentoni del caso Moro, uno degli innumerevoli inesistenti misteri cucinati in  salsa fritta e rifritta per occultare la verità e sostenere le sempre affascinanti teorie complottiste in stile Dan Brown.  Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire bene cosa è successo, analizzando punto per punto le inesattezze di questa storia:

1)     Le foto non furono scattate “ subito dopo la fuga del commando”

Le foto di Nucci erano state date per “ scomparse” , in quanto secondo alcune ricostruzioni , qualche manina o manona le aveva fatte sparire perché potevano rivelare la presenza nel commando delle Br in via Fani di esponenti della n’drangheta calabrese. In più , per quasi 38 anni, si è quasi sempre detto che erano state scattate “ subito dopo la fuga del commando”. Uno squarcio di verità si potrebbe aprire oggi, dopo la pubblicazione sul quotidiano “ Il Messaggero” di una foto, che viene attribuita proprio al Nucci. Innanzitutto, si evince chiaramente che le fotografie non furono affatto scattate immediatamente dopo la fuga del commando. Sul posto si notano chiaramente agenti di polizia, carabinieri , fotoreporter e passanti, mentre i corpi degli agenti Leonardi e Ricci sono coperti già da un telo bianco. Categoricamente impossibile che tutto questo possa raffigurare una scena nell’immediatezza dell’ agguato, ma  quasi certamente rappresenta un evento compatibile a tutti gli effetti con  un orario tra le 10 e le 10, 30 ( come disse la Rossi ad Infelisi). Se quindi quello scatto è stato effettivamente eseguito da Nucci, ci troveremmo dinanzi alla prova precisa di una grossa inesattezza sostenuta per anni. Ma anche se cosi non  fosse ( già serpeggiano qua e la sul web le polemiche di chi non le ritiene tali) ricordiamo ancora che per la stessa ammissione della Rossi quelle foto furono scattate circa un ora dopo la fine dell’ agguato, non nell’immediatezza.

2)    Come è finita la n’dragheta calabrese in tutto questo?

Il primo maggio 1978 venne intercettata una telefonata intercorsa tra Benito Cazora, all’epoca deputato della Dc, e Sereno Freato, uno dei più stretti collaboratori di Aldo Moro. In quella conversazione Cazora chiedeva a Freato di recuperare delle foto perché, testualmente, diceva che “ …..dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro”. La richiesta proveniva dal boss calabrese della n’dragheta Salvatore Varone*, con cui Cazora era in contatto perchè sperava di ottenere da lui informazioni sulla prigione di Moro. Varone riteneva di aver riconosciuto un suo parente tra la folla di curiosi che si assieparono in via Fani durante tutta la mattinata. Questa telefonata ha fatto ritenere valida la circostanza che le foto chieste dagli ambienti malavitosi calabresi fossero proprio quelle di Nucci, in quanto queste erano inspiegabilmente scomparse, forse proprio per fare un favore a Varone. Notiamo però che Cazora nelle sue parole fa riferimento al fatto che in una foto si "individua" un personaggio noto a loro ". E’ evidente che Varone , in realtà , per aver notato un personaggio "noto a loro" aveva visto le fotografie da qualche parte. Nella telefonata, infatti,  Cazora continua dicendo a Freato : “una copia, capito? Può darsi che sia sui giornali, del 16 , del 16 o del 17 marzo”. La foto che voleva recuperare Varone era quindi apparsa su qualche giornale, non ritraeva affatto nessuna persona che aveva partecipato all’ agguato e , soprattutto, si evince che non  era stato fatto minimamente alcun riferimento a fotografie eseguite da Nucci. Non è quindi affatto sicuro o provato in alcun modo che le foto chieste da Cazora a Freato erano quindi quelle scattate da Gherardo Nucci, ma erano forse altre. E , ripetiamo, si fa riferimento solo ad ipotetici passanti presenti in via Fani, non a persone operative. Nulla più.

3)    Se sono queste le foto, perchè mostrarle solo ora?

Come già detto prima le foto di Gherardo Nucci hanno costituto uno dei tanti totem complottistici del caso Moro. Di quelle foto si è ampiamente parlato e discusso in documentari, scritto su tante pubblicazioni  e sono state oggetto di dibattito sempre molto acceso tra gli studiosi. E non vi è mai stato nessun giornalista che nel ripercorrere i presunti  e decantati “misteri di via Fani” non ne abbia parlato. Questo perché le foto erano state ufficialmente smarrite, senza che mai nessuno avesse potuto capire cosa di “ inquietante” e “misterioso” potessero contenere. Apprendiamo oggi, leggendo le righe del “ Messaggero” che erano custodite a Perugia nella documentazione sul processo per l’omicidio di Mino Pecorelli. Quindi non erano affatto state occultate o distrutte , ma erano a disposizione niente meno che in una documentazione giudiziaria. Perché non mostrarle subito? Perché vengono fuori solo ora ? Se lo si fosse fatto prima ci saremmo risparmianti 38 anni di mistificazioni e veleni vari che di certo non hanno fatto bene all’ accertamento della verità.

4)    Il Bar Olivetti

La fotografia ci aiuta a notate in modo netto e lapalissiano che il Bar “Olivetti”, che si trovava all’ epoca tra via Fani e via Stresa, era certamente chiuso. E’ importante sottolinearlo perché si sta sostenendo da tempo che quel Bar fosse stato non solo il crocevia di chissà quali loschi affari nazionali ed internazionali, ma anche che sarebbe servito come base logistica per le Brigate rosse. Singolare davvero quindi che questa ipotetica “base” fosse chiusa ed inaccessibile.

5)    Antonio Nirta nella foto?

Nella foto è stato ingrandito un particolare: quello che raffigurerebbe un esponente della n’dragheta, Antonio Nirta, detto “due nasi”. Specifichiamo ancora che è evidente che si tratta di un passante. Ogni giorno possiamo incontrare per strada chiunque , anche dei pregiudicati. Se fosse davvero Nirta , quella foto ci fa capire  solo che si  trovava vicino via Fani quella mattina, ma non dimostra assolutamente niente altro. Di Nirta ne parlò Saverio Morabito nel 1993, affermando che era stato un infiltrato del generale dei carabinieri Francesco Delfino e che era stato uno rapitori di Moro. Sottolineando e precisando che nel corso degli anni le indagini sulle sue dichiarazioni non hanno mai trovato nessun riscontro, facciamo ora delle comparazioni tra la foto e quelle dei Nirta. Dobbiamo parlare al plurale perché di malavitosi con questo nome ne sono esistiti esattamente due ( il soprannome di “due nasi” viene in alcuni casi attribuito ad entrambi):

 

 Il primo Antonio  Nirta è nato a san Luca il 22 Aprile 1919. Esponente criminale della n’dragheta, è morto lo scorso 1 settembre . Il 16 marzo 1978 aveva 59 anni. A meno che non avesse avuto l’elisir dell’ eterna giovinezza, l’uomo nella foto è molto più giovane e non si tratta quindi sicuramente di lui.

 

 Il secondo Antonio Nirta è figlio di Francesco Nirta, fratello dell’ Antonio di cui sopra. Era quindi suo nipote ed aveva 32 anni nel 1978. Seppure non abbiamo la certezza che l’uomo nella foto non sia proprio lui, dobbiamo considerare il fatto che nel 1993 si trovava in carcere ed aveva negato un suo coinvolgimento nella vicenda Moro, smentendo Morabito e dicendo apertamente che si trattava di una bufala. Il deputato Alfonso Pecoraro Scanio nel 1993 fece lui visita nel penitenziario di Carinola dove era detenuto. Dopo avergli parlato ed aver anche sentito Prospero Gallinari, Pecorario Scanio arrivò ad affermare testualmente: “Questa storia non mi convince .Nel giro d' un paio di giorni ho incontrato prima il brigatista Prospero Gallinari e poi Nirta. L' impressione che ne ho tratto? Francamente, quest' ennesima ricostruzione del caso Moro mi sembra una montatura". Già dal 1993 si era quindi in possesso di numerosi elementi di indagine che portavano ad accertare l’estraneità di Nirta ai fatti di via Fani.

 Tornando alla foto, il giovane che fuma e che guarda la scena che è davanti a lui potrebbe essere chiunque. Anche se sembra avere meno di 32 anni ( gli anni che aveva il più giovane dei Nirta all’epoca dei fatti ),  attendiamo le verifiche ( anche se a guardarlo bene non sembra affatto lui). Ma non vi sarebbe nessun colpo di scena se scoprissimo che abbiamo aspettato per ben 38 anni di guardare una fotografia che dimostra la presenza in via Fani , tra le tante persone accorse sul posto, di un sosia di Ninetto Davoli o Lucio Battisti. Tanto si sa, della vicenda Moro non siamo abituati a parlarne seriamente. Lo facciamo solo raccontando di gabinetti rotti, di moto che passano per la strada, di rottami di macchine da scrivere, di musicassette del festival di Sanremo, di false testimonianze e morti che parlano.  

 

 

 

 * Fonte: "Vuoto a perdere" - Castronuovo

 

 

 

 

 

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