Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Georgia, cambio della guardia

di Giuseppe Cassini*

Una buona notizia dalla più infiammabile delle regioni d’Europa, il Caucaso, dove basta un cerino a far divampare un incendio. Le elezioni parlamentari in Georgia tenutesi ai primi d’ottobre – una volta tanto senza eccessivi brogli o scoppi di violenza – hanno segnato la sconfitta della discussa presidenza di Misha Saakashvili “l’americano” e il successo di Bidzina Ivanishvili “il russo”.  Ora toccherà al vincitore assumere l’incarico di Primo Ministro in una non facile coabitazione col presidente Saakashvili fino all’anno prossimo. E chi pensa che l’uno valga l’altro dovrà forse ricredersi.  Dal 2004, da quando Saakashvili prese il potere a Tblisi, con l’aiuto di Washington le tentò tutte per far entrarela Georgianella Nato; esserne parte, infatti, avrebbe permesso un giorno di invocare l’art. 5 del Patto Atlantico, che impone di soccorrere ogni paese membro aggredito dall’esterno. Obiettivo di Saakashvili era domare le due regioni secessioniste – Abkazia e Ossezia del Sud – da anni “protettorati” russi; perciò confidava col beneplacito di Washington di attirare Putin in una guerra d’attrito per poi chiamarela Natoa soccorso. Ma anche un bambino poteva capire che per Mosca era inaccettabile l’espansione dell’Alleanza Atlantica fino a incidere il “ventre molle” della Russia (a proposito, quanto dista il Caucaso dall’Atlantico e quanto da Mosca?).  Nella vana attesa che gli altri membri dell’Alleanza dessero il via libera, Saakashvili sbarcò a Washington nel marzo 2008 e vi tenne un acceso discorso pubblico: “L’esercito russo – proclamò – non è abbastanza forte nel Caucaso per ristabilire la situazione all’interno del proprio territorio. Non credo che siano pronti ad avventurarsi sul territorio altrui”. Dopo tali parole un governo che non fosse stato in preda a delirio ideologico gli avrebbe somministrato del Valium congedandolo con un buffetto di ammonizione. Invece Bush e Cheney accolsero quelle rassicurazioni con tale entusiasmo che lui, appena tornato a casa, iniziò i preparativi per domare l’Abkazia e l’Ossezia del Sud. Purtroppo nessuno di loro aveva mai letto il capolavoro di Tucidide. Durante la guerra del Peloponneso – racconta il grande storico – l’isola di Milos (fingiamo che sia la Georgia) si mise a parteggiare per la lontana Sparta (leggasi Washington) invece di allinearsi con Atene (leggasi Mosca) come il resto dell’Egeo. Allora gli Ateniesi (cioè i Russi) inviarono a Milos un’ambasceria con questo messaggio: “Non siamo venuti qui ad infliggervi discorsi moralistici. No, queste argomentazioni funzionano solo quando si è su un piano di parità; se c’è disparità di forze come in questo caso, i più forti esigono e i più deboli abbozzano. Ora siamo qui a proporvi un patto che garantisca tanto i nostri interessi quanto la salvezza della vostra città”. Al ché gli isolani obiettarono: “E come potrebbe convenire a noi esser dominati mentre voi dominate?”  “Presto detto – risposero gli ambasciatori –a voi toccherebbe solo l’obbedienza invece che una dura repressione; e noi trarremmo vantaggio dall’avervi come vicini ed alleati”. Altra obiezione di Milos (sempre la Georgia): “Ma noi confidiamo nella buona sorte e nell’alleanza con Sparta (ovvero Washington)”. Replica degli Ateniesi (cioè i Russi): “Lasciamo perdere la buona sorte, che non mancherà neppure a noi. Quanto a Sparta, siete degli ingenui se sperate che accorrano in vostro aiuto. Gli Spartani in genere praticano la virtù solo tra loro, stimano giusto solo ciò che giova a loro, quindi non si muoveranno in vostro soccorso”. Tira e molla, alla fine i governanti di Milos rifiutarono la proposta. I delegati di Atene si congedarono dicendo: “Dal momento che riponete tutta la vostra fiducia negli Spartani e nella buona fortuna, avete messo in gioco tutto. E perderete tutto”. Dominante sul mare, Atene inviò un corpo di spedizione, cinse l’isola d’assedio e la espugnò.  E’ uno dei pezzi arcinoti della “Guerra del Peloponneso”, ma evidentemente il georgiano non trasse da Tucidide il dovuto insegnamento. Nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 ordinò all’esercito di penetrare nell’Ossezia del Sud, dove rimasero uccisi un bel po’ di civili della minoranza russofona. Ovviamente Mosca reagì subito e duramente. Allora Saakashvili, colpito dalla zampata dell’Orso russo, si mise a rosicchiare la cravatta e ad urlare al telefono: “Dov’è l’America? Dov’è il Mondo Libero?” (scenetta visibile su Internet).  Questo bel risultato ha consentito a Mosca di rafforzare il suo dominio sull’Abkhazia e sull’Ossezia, le cui popolazioni sono comunque in maggioranza ben contente di starsene rannicchiate e accudite in seno all’Orso. Quanto alla Georgia, il neo-presidente Ivanishvili non sarà uno stinco di santo (come può esserlo un georgiano diventato miliardario in Russia?). Ma almeno non proclamerà – come il suo roboante predecessore – che la Georgiaè “uno Stato chiave per il resto del mondo”; non permetterà che dei poliziotti ammazzino di botte i detenuti come è successo poco tempo fa; non metterà nei ministeri bandiere straniere, come quella a stelle e strisce che abbiamo visto facendo visita ad un ministro georgiano; non dedicherà una grande via della capitale a Putin, come ha fatto Saakashvili dedicandone una a Bush (Tblisi è forse l’unica capitale al mondo con una George W. Bush Avenue). Subito dopo aver vinto, Ivanishvili ha saggiamente preso qualche distanza da Mosca e ribadito la sua amicizia con Washington. L’Amministrazione Obama l’ha ripagato con altrettanto calore. Non ci sarebbe da stupirsi se fosse lui a diventare elemento diappeasement nel Caucaso (e perfino nei rapporti russo-americani, che proprio nel Caucaso soffrono di non poche tensioni). Anche Rondine, allora, potrà dire di avervi contribuito abbattendo pregiudizi etnici, spargendo semi di riconciliazione, svelenendo i cuori di tanti giovani caucasici che qui hanno convissuto e studiato assieme per anni, gomito a gomito.

 

 * ambasciatore

da www.ebdomadario.com

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