Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Giovani italiani: tra speranze e disoccupazione

di Carlo Stelluti *

 

Tutti gli osservatori sono concordi nel considerare la perdita del lavoro come la conseguenza più grave indotta dalla crisi finanziaria che sta devastando le economie occidentali ormai da oltre 4 anni. E’ il tema più citato nel dibattito politico e più sentito dall’ opinione pubblica, ma è paradossalmente quello meno esplorato. E’ diventato l’indicatore principale di una sofferenza sociale ed economica ma senza assurgere a problema prioritario nel dibattito politico.  Le priorità della politica sembrano attestarsi sui provvedimenti di emergenza volti a portare i conti dello stato in equilibrio intervenendo più sulle entrate, attraverso un livello ormai insopportabile di tassazione, che sulla spesa, a disincentivare l’aggressione speculativa della finanza, ad assecondare un’ideologia liberista, ormai divenuta sterile e ripetitiva, che mostra, all’ occhio disincantato, tutti i sui limiti e le sue responsabilità nella crisi epocale che stiamo vivendo. La globalizzazione dei mercati ha messo in discussione tutti i paradigmi su cui si basava lo sviluppo capitalistico dell’economia con la conseguente crescita dell’occupazione dovuta essenzialmente allo sviluppo dell’industria. Il processo ormai trentennale di deindustrializzazione che sta vivendo il nostro paese ha travolto una quantità enorme di imprese e di posti di lavoro solo in parte compensata dalla crescita delle attività nel settore terziario. La crisi imperversa ancora e sta avendo il sopravvento su quelle imprese meno competitive, più esposte alla concorrenza globale, meno innovative e tecnologizzate. Nel frattempo assistiamo a una contrazione del terziario privato, dovuto alle minori disponibilità di spesa di gran parte della popolazione e, del terziario pubblico, dovuto alle esigenze di contrarre la spesa pubblica per far quadrare i conti dello Stato, afflitti da un debito enorme che ci trasciniamo dagli anni ‘80. Nella crisi del ’29, J. M. Keynes ebbe il coraggio di suggerire ai politici una teoria di politica economica alternativa, al liberismo selvaggio, controcorrente, che applicata da politici lungimiranti, costituì la base per la rinascita e l’affermazione di un trend di sviluppo senza precedenti di tutto il modo occidentale che ebbe come conseguenza un progressivo miglioramento delle condizioni di vita per interi popoli. Oggi nulla di tutto ciò compare all’orizzonte. Addirittura si teorizza che i guasti del liberismo debbano essere curati con un supplemento di liberismo.  Il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto ormai l’11,1%. I giovani senza lavoro fra i 15 e 24 anni hanno toccato la percentuale record del 35% e le giovani donne del mezzogiorno il 44%. Per rimontare la china è necessaria un’analisi seria, sgombra da visioni ideologiche. 

 

Perché la disoccupazione in Italia si concentra sui giovani?

L’analisi è spesso deviata da una presunta contrapposizione generazionale di interessi ove sono colpevolizzati gli adulti occupati, i padri, tutelati dalla legislazione sul lavoro, accusati di sottrarre lavoro ai giovani, ai figli. Occorre sfatare innanzitutto il luogo comune secondo il quale la causa della disoccupazione giovanile va attribuita all’esistenza di troppe garanzie per gli occupati, generalmente gli adulti.  Tutte le leggi e i contratti sono volti e ridurre la discrezionalità delle aziende in tutti i paesi.  L’indice OCSE di protezione dei lavoratori è basso per GB, USA e Canada, si attesta su valori medi per Svezia, Belgio e Olanda ed è alto per Italia, Francia, Germania e Spagna, che come è noto hanno livelli di disoccupazione fra loro molto differenti. In Italia in particolare, il tasso di non applicazione delle regole è molto alto e nelle piccole imprese che sono almeno due terzi delle strutture produttive, la protezione è minima.

Probabilmente le ragioni di un eccesso di disoccupazione giovanile vanno ricercate in un complesso di ragioni.

1 - La scarsa propensione all’applicazione delle regole ha fatto sì che oltre la metà del mercato del lavoro può essere considerato fuori dalle dinamiche di una libera contrattazione fra le parti che garantisca sicurezza, tutela e diritti oltre che copertura previdenziale. La professionalità e le capacità individuali passano in secondo piano. Il lavoro sommerso, il lavoro illecito, il sistema familistico clientelare particolarmente presente in alcuni settori, chiama in causa le responsabilità diffuse che concedono occasioni di lavoro in cambio di consenso e di omertà. Questa cultura ha contaminato ogni aspetto della vita al punto che anche gli incarichi politici, istituzionali, dirigenziali, vengono troppo spesso assegnati attraverso forme di nepotismo oppure sono frutto di strettissima delega esercitata da consorterie di partito. L’unico requisito è la “fedeltà”, l’appartenenza al gruppo, in spregio a ogni regola e a qualsiasi criterio di valutazione del merito. E’ solo quella parte di lavoratori che non vuole rinunciare alla propria libertà, alla propria dignità, che non vuole sottostare all’umiliazione della raccomandazione che si trova esposta alle intemperie del mercato, alle regole della flessibilità, ai bassi salari. Oppure quella parte che consapevole del valore della propria professionalità, non ha altra scelta che ricercare in altri paesi il riconoscimento delle proprie capacità. La conoscenza, le professionalità, la creatività contenute nel lavoro dovrebbero essere le risorse su cui si punta per rilanciare lo sviluppo, sono la nostra ricchezza. La volontà, spesso manifesta, di eludere qualsiasi regola o di piegare le regole all’interesse particolare, rientra fra quei comportamenti che rendono impermeabile la nostra economia e la nostra società a qualsiasi intervento volto a ridare tono al merito e al mercato, condizioni per un rinnovato sviluppo dell’economia.

2 - Il 43% degli italiani ha conseguito come titolo di studio solo la 3° media. Con un diffuso e così basso livello di scolarizzazione difficilmente si potrà auspicare una ripresa quantitativa e qualitativa dell’economia e un livello di competitività del sistema, basato più sull’elevazione della qualità dei prodotti e dei servizi che sulla riduzione dei costi. Tutti ritengono urgente e indispensabile investire in cultura, formazione e ricerca, ma una parte significativa della struttura produttiva italiana è tecnologicamente arretrata, rimane in vita con mille artifizi, volti alla riduzione dei costi e quindi poco predisposta ad accogliere personale qualificato. Questo spiega la facilità di assorbimento di manodopera a bassa qualificazione anche di importazione e la difficoltà dei lavoratori ad alta scolarizzazione di inserirsi nel mercato del lavoro. Non si può pertanto agire solo sul versante della qualificazione dell’offerta ma necessariamente anche su quello della domanda.

3 - La recente riforma delle pensioni che consente ai lavoratori di cessare l’attività solo dopo aver raggiunto i 67 anni di età ha bloccato sostanzialmente le uscite degli anziani. Il blocco si protrarrà per un lungo periodo offrendo pochi spazi per l’inserimento di giovani lavoratori accentuando così il conflitto intergenerazionale.

4- le aziende italiane mediamente poco innovative, preferiscono l’esperienza lavorativa degli adulti. I settori più orientati all’innovazione ove l’esperienza conta meno, sono più propensi all’assunzione dei giovani e si preoccupano di più del rapporto tra istruzione e lavoro;

5 – Quando l’occupazione è scarsa, si cerca di favorire chi ha più bisogno di lavorare. Generalmente sono gli adulti con famiglia, i quali possono provvedere anche ai bisogni primari dei giovani che decidono così di permanere più a lungo nel nucleo familiare d’origine. Questo comportamento mette in secondo piano le loro esigenze di autonomia, ritarda l’assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi e della collettività, ritarda la formazione di nuovi nuclei familiari e mette fuori gioco una risorsa fondamentale di conoscenze e di nuove energie in grado di proiettare verso il futuro l’intera società.

6 – Infine l’onere di gran parte della flessibilizzazione del mercato del lavoro è stato posto a carico delle giovani generazioni. Sono circa 2,5/3 milioni i lavoratori precari con contratti a termine. Ed è proprio in questo bacino del mercato del lavoro che si è prevalentemente riversata la riduzione dell’occupazione. Laddove la rapida risoluzione del rapporto di lavoro è connaturata alle stesse tipologie contrattuali, dove la riduzione occupazionale non fa notizia, ove le giovani donne predisposte alle gravidanze, pur di avere un lavoro, accettano la lettera di dimissioni in bianco.

Tutti i tentativi di costruzione di un “piano per l’occupazione giovanile” e di rilancio dell’economia su paradigmi nuovi, ove porre al centro le condizioni di vita della popolazione, sembrano naufragare di fronte all’assenza di risorse pubbliche da destinare al finanziamento di un processo di reindustrializzazione del paese, tecnicamente ed ecologicamente sostenibile, incentivare investimenti, sviluppare i settori della ricerca, della conoscenza, della creatività: grande risorsa italiana, qualificare e riqualificare una sempre crescente quantità di lavoratori in attesa di lavoro. Se si vogliono le risorse si possono trovare. Basterebbe rivolgersi ai livelli abnormi di evasione fiscale. L’imponibile evaso è stimato in 270 Mld/anno pari a 130 MLD di mancate entrate per lo Stato. L’economia sommersa ammonta a circa il 27% del PIL . Il milione di infortuni sul lavoro, di cui 1000 morti anno pesano a carico della collettività circa 43 Mld. Le mafie con le quali abbiamo cinicamente imparato a convivere non solo al sud fanno 150 Mld di fatturato l’anno. 700 Mld sono i capitali italiani nascosti all’estero. La dispersione di risorse per “mazzette” dovute alla corruzione diffusa è valutata in circa 60 Mld/ anno. 2 milioni e 900 mila sono stimati i lavoratori in nero. E’ quindi una questione di volontà politica, di rispetto della legalità e di rigenerazione di una cultura che riconosca la necessità di costruire un’etica civile condivisa.

 

*Senatore, già sindaco di Bollate e segretario Cisl di Milano

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