Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Libano , Siria e futuro del Medio Oriente: l’opinione di Michele Giorgio

di Nicola Lofoco

Durante il viaggio in Libano insieme al “Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila , che commemorava il trentesimo anniversario della strage avvenuta tra il 16 ed il 18 Settembre del 1982 nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, abbiamo raccolto le opinioni del giornalista Michele Giorgio, inviato nel Medio Oriente de “ Il Manifesto”.   Oltre a chiedere la sua opinione sulla situazione dei profughi palestinesi, gli abbiamo chiesto cosa ne pensa su quanto sta avvenendo in Egitto e soprattutto in Siria, dove la guerra civile continua sempre più sanguinosa ed i cui risultati saranno importantissimi anche per il futuro del paese dei cedri, da sempre legato geopoliticamente alla Siria:    

In Siria la situazione è molto tesa, e lo scontro tra le truppe di Assad e quelle dei ribelli sono sempre più sanguinose. Quali ripercussioni potrebbe avere quello che sta accadono in Siria sul futuro del Libano ?

Queste ricadute già si vedono , perché in tutto il paese vi sono delle tensioni di carattere settario che sono parallele a quelle siriane. Mi riferisco , in particolare, alla tensione che sono tra sunniti e sciiti libanesi, tra cui la componente alawita nella zona di Tripoli . Nelle scorse settimane e nei mesi passati vi sono stati numerosi scontri tra queste due fazioni. Il tutto a Tripoli che è una città molto importante, la seconda del paese, che è una roccaforte sunnita, ma con la presenza di una forte componente alawita con la quale si è arrivati spesso allo scontro armato negli ultimi mesi. Questo è senza dubbio uno scenario che si può ripetere anche su altri fronti del paese. Vi sono continui appelli affinchè non si arrivi a spararsi ed ammazzarsi tra libanesi. In ogni caso l’aggravarsi della crisi siriana, da dove provengono veri appelli ad unirsi alle parti in lotta in base ad una definizione settaria porta molto i libanesi a sentire molte le tensioni.  Passando da Tripoli è facile notare lo sventolio delle bandiere rivoluzionarie della Siria, e questo fa comprendere bene quanto è sentita la crisi siriana in una città come Tripoli. Tutto questo potrebbe essere a breve sentito in ogni parte del paese.

Dopo la caduta di Mubarak in Egitto in tanti sostenevano che sarebbe stata favorevole a tutti  i palestinesi, soprattutto per quelli che vivono a Gaza. In molti si aspettavano, ad esempio, il valico di Rafah sempre aperto, ma  per ora esta   ancora aperto per poche ore al giorno . Come credi che si evolverà la situazione ?

Diciamo che i problemi sono di vario livello. Innanzitutto dobbiamo comprendere che in Egitto ci troviamo davanti ad una fase che potremmo definire “iniziale”  della presa del potere da parte dei Fratelli Musulmani nel paese. Abbiamo visto che ci sono state le elezioni legislative lo scorso anno,  dove vi è stata una grande affermazione della fratellanza musulmana e delle forze salafite. Queste forze sono riuscite a prendere il potere in gran parte del parlamento, ed i Fratelli Musulmani sono stati capaci di far eleggere un loro rappresentante come nuovo presidente. Cosa potrà significare tutto questo per i palestinesi se lo chiedono i palestinesi stessi, in particolare se lo chiede il movimento islamico Hamas che vede nei fratellanza un valido interlocutore. Hamas nasce dalla fratellanza islamica, e recentemente si sono resi autonomi dalla fratellanza stessa. In ogni caso, quando analizziamo l’Egitto post Mubarak, oltre che capire quella che sarà la sua nuova politica interna , dovremmo capire bene quale sarà la sua nuova politica estera. Molti analisti pensano, e lo credo anche io, che i Fratelli Musulmani potranno diventare in Egitto e in nord Africa e in tutti paesi dove si stanno affermando la nuova forza di stabilità del Medio Oriente, forza non necessariamente antagonista agli interessi americani. Certo vi sono dei problemi. Recentemente vi è stato l’episodio della divulgazione di un film su Maometto che ha suscitato numerose proteste da parte dei Fratelli Musulmani, e gli americani hanno alzato la voce , facendo capire che potrebbero molto raffreddare i rapporti con l’Egitto, che resta un paese strategico per gli Usa. L’Egitto è stato un grande alleato per loro. Lo è stato per tutto il periodo di Mubarak, oltre 30 anni, e per questo gli americani hanno forti interessi nel seguire le vicende egiziane. E i segnali che sono stati mandati dall’ Egitto sono piuttosto tranquillizzanti per quelli che sono gli interessi di Washington nella regione. Gli accordi di Camp David non sono stati messi per nulla in discussione , anche se durante la campagna elettorale i Fratelli Musulmani avevano detto di volerli emendare e modificare. Il valico di Rafah continua ad essere aperto per poche ore al giorno, e sostanzialmente gli egiziani si stanno attenendo agli accordi del 2005 fatti con Usa, Israele ed Unione Europea per quanto riguarda la regolamentazione del valico, che resta disponibile solo per le persone e non per usi commerciali. Quindi sta continuando il flusso clandestino di merci attraverso i tunnel che collegano l’Egitto e Gaza. Durante la conferenza dei paesi non allineati, che si è tenuta a Teheran, Morsi ha fatto delle dichiarazioni durissime contro la Siria, allineandosi alle posizioni dell’ Arabia Saudita e del Quatar, che è diventato ora il suo più grande “sponsor”, che ha promesso  18 miliardi di dollari di investimenti in Egitto dopo le dichiarazioni di Morsi. Sino ad oggi credo che la politica estera del nuovo Egitto non sia diversa da quello vecchio. 

Uno dei tanti problemi mai risolti è quello del diritto al ritorno per i profughi palestinesi . La situazione più grave riguarda certamente quelli che si trovano in Libano, che si trovano in una situazione estremante grave da un punto di vista umanitario. In occasione del trentesimo anniversario della strage di Sabra e Chatila il sindaco di Ghobeiry , Abou Said al Khansaa, esponente di Hezbollah, ha affermato che per i profughi palestinesi in Libano bisogna pensare a qualcosa di “ diverso dai campi” . Credi sia possibile dare migliori condizioni di vita ai profughi in Libano senza mettere in discussione il loro diritto al ritorno?

E’ un bel interrogativo. Certamente è necessario lavorare per migliorare le condizioni di vita dei profughi, che vivono in una situazione decisamente inaccettabile qua in Libano. Questo è dovuto anche al fatto che non possono lavorare ed hanno delle restrizioni nei loro movimenti. Questa situazione si trascina dal 1948, dalla “Nakba” e dalla diaspora palestinese, e nei fatti non si è mai risolto nulla. Ora arriva questa proposta che viene dal sindaco di Ghobeiry, e devo dire che  in passato ve ne sono arrivate di simili. Tutto sta a vedere se effettivamente tutto questo è realizzabile, perché è necessario tenere conto della posizione di tutte le forze politiche libanesi sullo spostamento dei palestinesi dai loro campi. Tutti ripetono che migliorare le condizioni di vita dei palestinesi significa iniziare ad integrarli nella società civile libanese mentre i profughi devono tornare nella loro terra. I palestinesi vogliono certo tornare nelle loro legittime case, nessuno hai mai detto che vogliono restare in Libano. Ma in attesa di quel momento, e non sappiamo quando avverrà, i palestinesi hanno diritto di vivere in condizioni certamente migliori. Hanno diritto di vivere da esseri umani, e tutto questo oggi non accade. La proposta è accettabile, bisogna però capire quanto è realizzabile e soprattutto capire bene la portata politica e sociale di questo progetto. Bisogna capire bene cosa significa spostare i profughi dai campi. Non dimentichiamo che parecchi di loro sono nati qua in Libano, proprio nei campi. E dove dovrebbero essere spostati? Al confine con la Siria? Al confine con Israele o dove? Vi sono tanti interrogativi da sciogliere , e al sindaco di Ghobeiry bisognerà chiedere proprio questo: la presentazione di un progetto chiaro e ben articolato, in modo da capire bene i contenuti di questa proposta.

In molti sostengono che la soluzione del conflitto israelo-palestinese stia nella creazione di uno stato unico per tutti. Cosa ne pensi a riguardo?

Personalmente credo che guardando la situazione attuale è difficile credere che vi sia un alternativa valida ad uno stato unico Nella fase pre e post gli accordi di Oslo del 1993 vi era la prospettiva dei due stati. Due popoli con due stati uno accanto all’altro. Dopo però questa soluzione si è dimostrata impraticabile, perché Israele ha continuato ad espandersi e a confiscare terre , facendo crescere le sue colonie e a rendere sempre più difficile gli spostamenti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Gaza è nei fatti ora una grande prigione a cielo aperto, con movimenti limitati verso Israele e verso l’Egitto. E’ difficile quindi immaginare una soluzione dei “ due popoli, due stati”, perché di tutto questo si è parlato per troppi anni senza venire a capo di nulla. Significherebbe anche mettere i palestinesi in un piccolo stato falso, senza sovranità reale, senza il vero controllo del suo territorio e delle sue frontiere. Sarebbe uno stato solo per nome, e non reale. Per questo sono sempre più importanti le voci , anche di qualche israeliano, come lo storico llan Pappe,  di creare un unico grande stato democratico per tutti. Il problema e che le possibilità che ora Israele accetti tutto questo sono davvero minime. Tenendo conto che gli israeliani sono ancora oggi i più forti, la posizione dei palestinesi diventa sempre più difficile. Per questo la questione palestinese rischia di restare irrisolta. Di fronte a questa situazione sociale e politica , un giorno potrebbe esplodere una terza Intifada.

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