Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

La svolta a destra dell’Ungheria: muscoli magiari e milizie paranaziste

di Giuseppe Cassini

Questa settimana Roma è stata onorata dalla visita di Jànos Martonyi, il Ministro degli Esteri di quel Paese – l’Ungheria – che all’elezioni politiche dell’anno scorso consegnò la maggioranza assoluta (53%) a un solo partito, Fidesz, dichiaratamente di destra. Come se non bastasse, un partito di estrema destra (diciamo pure neonazista), il Jobbik, rastrellò un altro 16,7% dell’elettorato. Insomma, quasi il 70% degli ungheresi ha scelto la via del nazionalismo oltranzista, caso unico nell’Unione Europea. Ci saranno pure responsabilità da addossare ai socialisti, che per anni hanno sgovernato l’Ungheria.  Ma da quel risultato traspare una costante del dna magiaro, che si spiega soltanto con la storia peculiare di quel popolo: oltre un millennio fa si insediò stabilmente fra i Tatra e la Puszta una etnia asiatica non appartenente a nessuno dei tre grandi gruppi europei (slavo, latino o germanico). Quella sindrome d’accerchiamento spinge l’Ungheria a difendere da secoli la purezza di razza e di lingua mostrando i muscoli a tutti i vicini – e quando può, a sottometterli. Viaggiare in Slovacchia o in Transilvania per credere: tutti i castelli turriti che punteggiano quelle terre appartenevano fino al 1918 a feudatari magiari, che facevano rigare dritti a colpi di knut i contadini (meglio chiamarli servi della gleba) slovacchi e rumeni. Il Ministro degli Esteri Martonyi, che abbiamo incontrato l’altro giorno a Roma, ha tenuto a rassicurarci sulla innocuità delle “riforme” adottate nel primo anno del suo governo: forte di una maggioranza assoluta ha emendato la Costituzione senza consultare l’opposizione, ha limitato la libertà di stampa e ha minato l’autonomia della magistratura. E l’attivismo delle milizie paranaziste – abbiamo domandato –  che cominciano a perseguitare i rom e a rivendicare il ritorno alla “madrepatria” delle terre abitate da ungheresi in Slovacchia e in Transilvania? Da accorto capo della diplomazia, il Ministro Martonyi ci ha assicurato di non udire rumori di stivali sul selciato delle città ungheresi. Mentre parlava, però, ci inseguivano i fantasmi dei nazionalisti che per ben due volte incendiarono l’Europa del Novecento. E ci rafforzavamo nella convinzione che l’esistenza della Ue è il solo, tenue antidoto al virus nazionalista che torna a infettare vaste plaghe del Vecchio Continente.

 

*Ambasciatore

 

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