Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Cosentino e la panzana del fumus persecutionis

di Sergio Pastore Alinante*

Il 12 gennaio scorso,  per la seconda volta, la Camera dei deputati  ha negato al giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Napoli l’autorizzazione all’arresto di Cosentino Nicola, parlamentare e coordinatore regionale del Pdl, indagato per complicità con la camorra di Casal di Principe.  Il salvataggio è stato operato da una maggioranza (309 contro 298) composta  dai compagni di partito di Cosentino, dai sei deputati radicali e da una parte di quelli leghisti.  La decisione  è stata variamente motivata e commentata. “Nelle carte non c’è niente”  ha spiegato Umberto Bossi, che  non è in grado di distinguere il testo di un’imputazione da quello di un volantino pubblicitario. Hanno invocato il garantismo i radicali, che lo confondono con il favoreggiamento delittuoso. Dal canto loro, i berlusconisti hanno tacciato i pubblici ministeri di arbitraria persecuzione, attribuendo alla pubblica accusa un provvedimento che può disporre soltanto un giudice, controllato da altri giudici di merito e di legittimità. E quasi tutti, compresi i favorevoli all’arresto, hanno straparlato di fumus persecutionis,  affermandone   o negandone l’esistenza in base al preteso esame delle prove di colpevolezza e dei requisiti richiesti dalla legge per la cattura dell’indagato. Un bailamme in sé alquanto  ridicolo,  ma capace di offuscare  i due soli aspetti della questione,  uno tecnico-giuridico e l’altro politico-istituzionale,   meritevoli  di essere chiariti e sottolineati.      
Un tempo, come in tutti i Paesi normalmente  democratici, la nostra Costituzione (e, prima ancora, lo Statuto Albertino) prevedeva che i deputati e i senatori  non potessero venire perseguiti penalmente senza l’autorizzazione della Camera di cui facevano parte. Ma il divieto, posto a garanzia della indipendenza del Parlamento, fu sempre più frequentemente usato per sottrarne i componenti alle conseguenze dei delitti comuni, anche gravissimi, da loro commessi (dalla concussione  all’associazione a delinquere e perfino all’incendio e all’abbandono di minori!).  L’indignazione dell’opinione pubblica crebbe a tal punto che nel 2003 la Costituzione fu cambiata in modo da rendere la guarentigia applicabile soltanto agli aspetti più invasivi del procedimento penale (detenzione, perquisizioni, intercettazioni, sequestri).  La modifica, come era prevedibile,  non indusse il Parlamento a negare l’autorizzazione in modo  più responsabile, ma portò gli autori e i sostenitori del diniego a velarne con aumentato impegno  le inconfessabili ragioni. Da ciò le citate farneticazioni a proposito del fumus persecutionis.    
“Parvenza di persecuzione”. E’ questo il significato della formula latina che definisce la ragion pratica della immunità concessa ai parlamentari per proteggerli da costrittive misure giudiziarie eventualmente decise non per applicare la legge o ricercare la verità, ma per il  fine, estraneo al procedimento cui la misura si riferisce, di recare  nocumento al soggetto preso di mira.  Si tratta, insomma, di una circostanza di fatto positiva e qualificata e, come tale, da accertare positivamente, con specifico riferimento alla sua peculiare qualifica (estraneità al procedimento). Per esempio: il parlamentare è l’amante della moglie (o del marito) del giudice che chiede l’autorizzazione all’arresto. O un suo avversario politico. O un concorrente elettorale. O il responsabile di un danno da lui subìto. E così via.      
Ma i sodali di Cosentino (e di tanti suoi impuniti colleghi parlamentari di ogni colore) non di questo parlano. Non si ha memoria di neppure un caso in cui sia stato, non si dice provato positivamente, ma anche solo indicato il motivo estraneo al procedimento che avrebbe potuto indurre il giudice a disporre la misura costrittiva. Si parla invece della sufficienza delle prove raccolte contro il parlamentare, dei vizi processuali, delle esigenze cautelari. Cioè si parla di merito giurisdizionale. E qui siamo al secondo aspetto della questione. Quello, immensamente grave,  politico-istituzionale.       
Il primo, insostituibile  fondamento di uno Stato  democratico è, infatti, la divisione dei  poteri legislativo, esecutivo e  giurisdizionale. Per quanto riguarda quest’ultimo la Costituzione è assolutamente esplicita: art. 101: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”; art. 102: “La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari”; art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.   
Le ipocrite declamazioni dei favoreggiatori di Cosentino, pertanto,  nascondono un intento e producono un risultato tecnicamente eversivi. Il potere legislativo irrompe nella giurisdizione, sindacandone e impedendone l’esercizio. Una raccogliticcia maggioranza di malintenzionati o insipienti strumentalizza  di volta in volta  il Parlamento per violare  l’assetto costituzionale della Repubblica. E’ questa la sostanza, intollerabile per ogni democratico,  di  una situazione  parlamentare che la vicenda  Cosentino illustra con particolare evidenza.
Due domande. Il CLN presieduto da Monti conta  davvero di salvare la Patria con l’aiuto di una tale maggioranza? Un Parlamento eversore non merita che il Presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura lo sciolga o almeno lo richiami  al rispetto della Costituzione?

*Avvocato e magistrato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura.

da www.ebdomadario.com

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