Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

La martoriata terra di Iraq e la testimonianza degli iraqueni in Italia

di Nicola Lofoco

Era il lontano Agosto 1990 quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votava la risoluzione 661 che impose all’Iraq di Saddam Hussein pesanti sanzioni economiche. Sanzioni che furono emanate dopo la decisione del rais di Bagdad di invadere il Kuwait. Il 16 Gennaio 1991 iniziava quella che è passata alla storia come la “prima guerra del Golfo”, nella quale l’Occidente diede vita ad una colazione militare per attaccare l’Iraq e liberare il Kuwait. Il tutto in una cornice che descriveva l’Iraq come una minaccia alla pace mondiale, come se fosse la Germania del Terzo Reich. Già in quella guerra vennero dette cose non vere.   L’esercito di Saddam veniva descritto come il quarto esercito più potente del mondo, cosa che si rivelò totalmente falsa. Ed anche le cosiddette “bombe intelligenti”, che dovevano solo colpire obiettivi militari, colpirono in realtà i civili provocando migliaia di morti. Per non parlare dell’immagine del cormorano agonizzante ricoperto di petrolio sulle rive del Kuwait. Quell’immagine, presentata come uno dei risultati degli attacchi iracheni sul Kuwait, che provocò l’indignazione di tutti gli ambientalisti del mondo, si rivelò falsa e risalente al 1983. Tutto questo sarebbe stato giusto chiarirlo non certo per difendere il regime di Bagdad, ma semplicemente per mettere al corrente l’opinione pubblica mondiale sulla verità dei fatti. Come sarebbe stato giusto dire che durante gli anni della guerra tra l’Iraq e l’Iran di Khomeini tutto l’Occidente ed anche i paesi arabi si schierarono apertamente con Saddam. In ogni caso, il 28 febbraio 1991, l’Iraq decide di ritirarsi dal Kuwait e si arrende. Ma Saddam resta al suo posto, e la coalizione alleata decide di non intervenire contro di lui. Cosa che deciderà di fare nel 2003, quando il regime di Saddam verrà accusato di avere “armi di distruzioni di massa”. Anche questa, per non cambiare, si è poi rivelata una notizia falsa. Come del resto si è rivelata priva di fondamento quella che riteneva l’Iraq coinvolto nell’ attacco terroristico contro gli Usa dell’ 11 Settembre 2001. Nel 2003 l’attacco militare fù deciso in modo unilaterale dagli Stati Uniti, senza il consenso delle Nazioni Unite, con la sola alleanza e partecipazione della Gran Bretagna. Saddam uscirà di scena il 9 Aprile 2003, giorno in cui le truppe americane entreranno nella capitale irachena e decreteranno la fine della sua tirannia iniziata nel 1979. Saddam sarò poi condannato a morte per impiccagione il 30 Dicembre 2006. In tutti questi anni molti iracheni sono fuggiti, magari con il sogno di poter un giorno tornare nella loro amata terra. Ayad Rasheed si trova il Italia dal 2003 ed ha fondato l’associazione “Amicizia Iraq Italia”. Gli scopi dell’associazione, che ha sede legale a Roma, sono quelli di “promuovere e perseguire un progetto di amicizia, di dialogo, di scambio, di conoscenza e di convivenza consapevole, poiché solo la conoscenza dell’altro da sé può abbattere ogni barriera e muro di diffidenza e portare ad uno sviluppo reciproco e benefico e ad un progetto più ampio di amicizia tra popoli e culture.” Ayad ha un ricordo estremamente negativo di Saddam, definendolo “un dittatore che ha distrutto l’Iraq ed ha generato solo odio fra gli iracheni. Un odio che ha sfruttato per continuare a governare il paese”.   

Quale crede che sia la soluzione in Iraq per fa convivere pacificamente sunniti, sciiti, curdi e cristiani?

“Credo che la soluzione sia quella di creare in Iraq una nazione laica e democratica; è l’unico modo per dimenticare gli anni oscuri del passato. Ma non è un processo facile, in quanto credo che un processo di vera democratizzazione sia ostacolato dalla presenza nel Golfo di monarchie assolute e stati dittatoriali, come Iran, Qatar e Arabia Saudita”

Crede sia stata giusta la decisione degli Usa di attaccare l’Iraq nel 2003?

“Non credo che quella guerra sia stata giusta. In ogni caso, credo abbia prevalso l’interesse degli americani per il controllo del petrolio iracheno. Voglio ricordare che furono proprio gli Stati Uniti ad aiutare ed appoggiare il regime di Saddam durante la sua ascesa al potere. Quando il ruolo di Saddam non ha più avuto senso, gli americani hanno fatto in modo di sbarazzarsi di lui”

Quali sono gli scopi dell’ associazione “Amicizia Iraq Italia?

"Ho personalmente fondato l’associazione nel 2009 per unire tutti gli iracheni presenti in Italia sulla base della nostra storia comune. Quella della Mesopotamia e delle ‘Mille e una Notte’. Sulla base delle nostre tradizioni come quella della cucina, della musica, della poesia, dell’arte e della cultura. Abbiamo sempre cercato di evitare di parlare di politica o religione, perché sono temi che purtroppo dividono e non uniscono. Credo che un’associazione che si basi sullo scambio culturale tra Iraq ed Italia sia la cosa migliore”.

Ayad ci fornisce anche i dati sulla presenza degli iracheni in Italia: 3085 gli immigrati iracheni in Italia secondo l’ufficio dell’immigrazione; sono 2812, invece, secondo un rapporto della Caritas italiana. Oggi l’Iraq, governato da Nuri al Maliki, è uno stato diviso, in preda ancora agli attentati ed alla divisione sociale, soprattutto quella tra musulmani sciiti e sunniti. Riguardo alla decisone del 2003 di attaccare l’Iraq per le sue “ armi di distruzione di massa” , forse sarebbe bene ricordare un episodio emblematico. Il 15 Marzo 1988 Saddam Hussein attaccava con le proprie forze aeree e con il supporto della famigerata Guardia Repubblicana il villaggio curdo di Halabja , provocando la morte di oltre 5.000 persone. In quell’occasione il dittatore iracheno non ebbe alcuno scrupolo nell’usare armi chimiche. Eppure , dopo quel massacro, nessuno parlò mai di democrazia in Iraq. Nessuno parlò di “pericolose” armi di distruzione di massa. Nessuno si indignò davanti ad uno dei crimini più efferati della storia del Medio Oriente. Nessuno chiese la rimozione del regime di Saddam. In quei giorni gli Stati Uniti non presero alcuna posizione, liquidando il genocidio di Halabja come un “affare interno” dello stato sovrano iracheno: dichiarazioni fatte dall’allora presidente Bush, padre di quel George W. Bush che nel 2003 attaccò l’Iraq con una decisione unilaterale senza il consenso delle Nazioni Unite. Bush figlio affermò che solo con un intervento militare (nel quale, lo ricordiamo, venne compiuta una mattanza di civili, con le armi al fosforo e all’uranio impoverito) si potevano eliminare le pericolose armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein, rendendo il paese “civile e democratico”. Esportare la democrazia, dunque. Quella democrazia portata con le bombe che ha provocato la morte di tanti innocenti. Quella democrazia rappresentata dalle agghiaccianti foto delle torture sui prigionieri iracheni compiute dai militari americani nella prigione di Abu Grahib. Quella democrazia che ha bombardato Bagdad, l’antica e cara Babilonia, città piena di cultura e di un patrimonio storico inestimabile. Quella democrazia che ora consente agli americani di controllare i giacimenti petroliferi dell’Iraq. Ma quando il sangue innocente dei curdi scorreva ad Halabja , dov’era l’intero Occidente? “Je m’appelle Bagdad” è il titolo di una bellissima canzone sull’ Iraq della cantautrice Tina Arena. Cercatelo su youtube, e capirete tante cose.

per www.medarabnews.com

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