Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Dove sta andando il mediterraneo?

di Franco Rizzi

In questo periodo di grande fermento nel Mondo Arabo si percepisce la mancanza di una visione strategica del Mediterraneo e l’inadeguatezza delle categorie mentali con le quali abbiamo letto la politica e gli andamenti della società dell’altra riva. Per questo motivo è necessario attrezzarsi per comprendere dove sta andando il Mediterraneo.La proposta dell’Unimedè quella di creare un Forum Permanente sulle problematiche aperte in seguito agli avvenimenti della primavera araba, ponendo al servizio della società, così come della politica italiana ed europea, un know-how di conoscenze per riflettere nel breve e nel lungo periodo su come ricostruire delle categorie mentali che ci permettano di capire meglio i bisogni che sono alla base di queste rivolte.  Le rivolte nel Mediterraneo hanno definitivamente cambiato il modo con il quale analizzavamo le prospettive politiche e culturali della regione. Neanche lo storico conflitto arabo israeliano e israelo palestinese era riuscito a mettere in discussione le nostre analisi sul Mediterraneo. Le definizioni di questo Mare erano diventate vuote, retoriche e avevano perso il loro significato. “ Mare fra le terre”, “ mille cose insieme, non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi”, regione caratterizzata da “civiltà accatastate”, “culla delle tre religioni monoteistiche”, luogo dello scambio commerciale e culturale e così via. Potremmo andare avanti in questo esercizio di memoria. Né a cambiare la situazione sono intervenuti i numerosi convegni che puntualmente si organizzano intorno al tema del Mediterraneo, anzi, a dire il vero, essi hanno contribuito, in molti casi, a diffondere una vulgata superficiale del Mediterraneo. Sarebbe però ingeneroso e poco corretto attribuire la colpa di questo stato di cose solo agli innumerevoli convegni dai titoli quasi sempre uguali, senza richiamare l’attenzione sul limitato appeal che gli studi sul Mediterraneo hanno avuto nelle università e sul numero esiguo di cattedre ad esso dedicate. Vi sono però altre cause che hanno contribuito a creare questo stato di cose. Mi riferisco essenzialmente alla produzione del discorso politico che ha accompagnato le iniziative dell’Unione Europea e degli Stati Uniti in questa regione. Sin dalle prime fasi della sua costruzione, l’Europa ha guardato al Mediterraneo con un misto di volontarismo e di senso di colpa per la sua politica coloniale e postcoloniale. Essenzialmente la nascente Comunità Europea non sapeva che cosa fare con le sue ex colonie e protettorati e di conseguenza in mancanza di una politica mediterranea articolata, si sono sviluppate forme di intervento economico con lo scopo di rinsaldare le antiche influenze. Questa lettura dei rapporti tra le due rive del Mediterraneo mi sembra essere il filo rosso che caratterizzerà tutte le scelte successive della politica mediterranea europea da quella pomposamente definita PMG (Politica Mediterranea Globale), alla PMR (Politica Mediterranea Rinnovata ), alla Conferenza di Barcellona, alla creazione dell’UPM ( Unione Per il Mediterraneo ). Alla mancanza di una riflessione profonda sui traumi e le fratture che la colonizzazione aveva determinato corrispondeva una politica della rimozione e dell’oblio. Questo nodo era lì e nessuno si azzardava a intraprendere un cammino per scioglierlo come è stato per altre vicende dolorose che hanno riguardato l’Europa, come ad esempio l’olocausto. Il sogno di una politica globale che inserisse il Mediterraneo in un quadro europeo portava quindi in sé la contraddizione di cui dicevo prima, tanto da esplicitarsi nell’individuazione di linee politiche astratte a cui i paesi del sud dovevano aderire. La Dichiarazione di Barcellona del 1995 è stata l’esempio di scuola. Il suo fallimento, contrariamente a quanto normalmente si dice, non è dipeso da una incapacità tecnica di realizzare cose concrete, ma soprattutto dalla mancanza di una visione politica che relegava il nodo della memoria del passato ad una affrettata pagina di storia da girare o da dimenticare. Allo stesso tempo, e giustamente, avanzavano, dopo la seconda guerra mondiale, nella coscienza civile europea i principi di libertà e di democrazia, senza che la loro mancanza di applicazione costituisse però un impedimento quando si trattava dei paesi della riva sud del Mediterraneo governati da dittature sanguinarie: gli affari sono affari. Allora cosa rimaneva da fare se non rivestire vecchi comportamenti con un discorso ideologico a cui intere generazioni di giovani hanno creduto: “fare del Mediterraneo – così recitava la Dichiarazione di Barcellona – un mare di pace e di ricchezza condivisa”. Nessuno però sapeva come fare. L’ideologia andava da una parte e la storia dall’altra: l’assassinio di Rabin, gli attentati omicidi da parte palestinese e israeliana e fra questi la gente che forse per un momento, dopo Oslo, aveva creduto che la pace tra israeliani e palestinesi si potesse realizzare. La mancata risoluzione di questo problema ha determinato la morte della speranza e l’irrigidimento degli atteggiamenti delle società civili da ambo le parti. In questa cornice ha avuto buon gioco il terrorismo islamico che ha frapposto la sua politica del terrore ad ogni tentativo di portare a termine qualsiasi iniziativa di dialogo e paradossalmente diventando funzionale alla politica occidentale basata sulla paura dell’estremismo, in parte fondata, in parte fittizia. In ogni caso questo stato di cose ha legittimato una serie di schemi mentali attraverso i quali noi occidentali abbiamo guardato il mondo arabo musulmano. In questo contesto non ci sembrava stravagante chiedersi se l’Islam fosse compatibile con la democrazia né tantomeno organizzare convegni e seminari su questi temi; né avevamo alcun problema a fare nostro il leitmotiv della incompatibilità dell’Islam con l’Occidente, con la relativa conclusione dell’inevitabilità dello scontro tra queste civiltà. Anche l’esportazione della democrazia e la lotta al terrorismo era un topos cui si faceva ricorso per giustificare la guerra in Iraq e in Afghanistan. Cosa è rimasto di tutto questo bagaglio di luoghi comuni alla luce delle rivolte del mondo arabo: quelle riuscite, quelle in corso, quelle che registrano, come in Siria, migliaia e migliaia di morti senza che il potere sia stato capace di mettere a tacere la ribellione popolare? Questi schemi con cui leggevamo il mondo arabo musulmano sono miseramente caduti e noi occidentali ci troviamo nudi alla meta. Questa è la vera ragione per cui non sappiamo dire nulla se non chiacchierare su possibile derive islamiste. Ancora una volta grazie al nostro spirito eurocentrico ci ergiamo a maestri su ciò che sarebbe auspicabile che questi paesi, attraversati da un cambiamento profondo, facessero perché la primavera non sprofondi in un cupo inverno. Quali sono gli aiuti concreti che l’Occidente sta predisponendo, e non parlo solo di quelli economici finanziari, mi riferisco soprattutto, all’apporto di idee e di sostegno a questo periodo delicato di transizione? Si sente solo il rumore assordante del silenzio. La scena si anima quando Sarkozy e Cameron prima ,Erdogan, poi vanno in Libia a rivendicare la primauté del loro intervento ricordando ai libici che i loro Paesi dovranno avere un posto privilegiato nella spartizione delle ricchezze di quel territorio così martoriato. La storia non insegna proprio niente. Se è vero come è vero che il deficit più grande che caratterizza la nostra società è la mancanza di una visione strategica del Mediterraneo alla luce delle rivolte arabe, se è vero che le categorie mentali con le quali abbiamo sempre letto la politica e gli andamenti delle società dell’altra riva sono obsolete, bisogna attrezzarsi per capire dove sta andando il Mediterraneo. La proposta che noi facciamo, come l’UNIMED, un associazione che raggruppa 84 università del bacino del Mediterraneo, è di porre al servizio della società e della politica italiana ed europea un know-how di conoscenze per riflettere nel breve e nel lungo periodo a come ricostruire delle categorie mentali che ci permettano di capire meglio i bisogni che sono alla base di queste rivolte attraverso una discussione e un incontro con i protagonisti della primavera araba e di tutti quelli che vogliono raccogliere questa sfida. Si tratta di una collaborazione che coinvolga le università delle due rive del Mediterraneo insieme agli uomini politici, alle donne, agli uomini d’affari per riflettere su dove sta andando oggi il Mediterraneo. Proponiamo quindi la creazione di un Forum strategico permanente che permetta, grazie ad una continuità di analisi sociali politiche ed economiche, preventivamente individuate e condotte da ricercatori delle due rive, che si confrontano con politici, uomini d’affari, intellettuali e rappresentanti della società civile, di contribuire all’affermazioni di significati più aderenti alla situazione odierna del Mediterraneo. Credo che così facendo, avendo chiaro il nostro percorso, si possa grazie a questa comunità di saperi, contribuire all’ elaborazione di un sguardo diverso verso questo mare.

da www.medarabnews.com

 

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