Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Keynes, il pubblico e il Bene Comune

di Renato Nicolini

Ma davvero qualcuno pensa che siano i tassisti (o i farmacisti) a impedire lo sviluppo dell’Italia? Coi tassisti romani mi capita spesso di litigare, trovo che lo loro tariffe siano troppo alte, che siano refrattari alla consapevolezza basilare che un trasporto pubblico con prezzi d’élite non minaccerà mai l’abitudine prevalente a spostarsi con la propria auto. Ma penso anche che i responsabili di questo corporativismo, più ancora del pensiero di ogni tassista che dei loro sindacati,  siano soprattutto Campidoglio e Atac.  Liberalizzare ulteriormente l’orario dei negozi?  Dove ce n’è davvero bisogno? Tra un po’ si creerà un problema diverso, che potrò acquistare tutto a qualsiasi ora a patto che mi sposto un po’ fuori dalla città dove abitiamo, nei luoghi dei centri commerciali, degli shopping mall, le Nuove Porte di Roma, etc. Liberalizzare le professioni? C’è l’esempio della professione dell’architetto. Ormai, e da un bel pezzo, tutto è in mano alle Società d’Ingegneria. L’architetto più famoso d’Italia, Renzo Piano, come professionista (se non sbaglio) è fallito, e opera come stipendiato della Renzo Piano Workshop Building. La trasformazione della professione dell’architetto sostanzialmente in quella di lavoratore dipendente non ha portato ad un aumento della concorrenza e della capacità, al contrario… Ha favorito in modo evidente la finanziarizzazione del settore delle costruzioni, dove le capacità tecniche contano ormai molto meno della capacità di trovare credito e muoversi sul mercato. Per quanto riguarda lo sviluppo d’Italia, questa trasformazione ha piuttosto frenato che accelerato lo sviluppo. Ha favorito, infatti, la propensione alle Grandi Opere, dalla Tav in Val di Susa al Ponte di Messina. Le Grandi Opere, in astratto, veicolano come nessun altra cosa la circolazione del Capitale. A condizione, però, che siano opere fattibili. Dopo due decenni di provvedimenti tipo Leggi Obiettivo, equamente diffuse tanto presso Prodi che presso Berlusconi, anche i più testardi si stanno convincendo che le obiezioni di carattere ecologico o sociale non si cancellano per decreto legge. Così è evidente a tutti il carattere (basta un confronto superficiale con gli elaborati del concorso per il Ponte di Messina degli Anni Settanta, esposti recentemente al MAXXI) approssimativo, a tirar via, dell’”esecutivo” per il Ponte di Messina… La deriva dei continenti, che allontana sempre di più Calabria e Sicilia, non si sconfigge con le pecionate. Ma c’è di peggio. In Italia, non è la prima volta che lo scrivo, si avrebbe bisogno di una cultura delle Piccole Opere. Progetti di messa in sicurezza del patrimonio pubblico, cominciando dalle scuole; progetti di recupero urbano, ricostituendo una rete di spazi e percorsi pubblici nelle città; progetti di trasformazione dell’hinterland da terra di nessuno, della metropoli diffusa, in spazi dove si possa abitare; progetti di  messa in sicurezza del territorio dissestato, minacciato da frane, smottamenti, allagamenti e fiumi di fango; progetti di restauro paesaggistico. Tutte cose per le quali una rete in concorrenza di studi professionali garantirebbe qualità molto più delle società d’ingegneria. I casi sono due. Mario Monti e il suo Governo si divertono e vogliono scherzare, o vivono ancora nel Settecento. Adam Smith è il loro vangelo, già Ricardo sembra loro un pericoloso sovversivo. Questa impressione è confermata dalla loro pervicacia nel proporre modifiche all’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, in modo di assicurare al Capitale la massima libertà di movimento nell’assumere e licenziare. Che tutto questo abbia poco a che fare con lo sviluppo, è dimostrato dalla Fiat di Marchionne. I diritti dei lavoratori sono stati colpiti, un piano del lavoro Fiat in Italia non è stato nemmeno abbozzato. Questione di principio.  Tutto ciò che è inutile è (probabilmente) anche dannoso. Può far piacere vedere che il nostro premier si occupa delle questioni di Don Ferrante anziché del Bunga Bunga. Ne acquista nel portamento del loden, e si rivolge ad Angela Merkel da pari a pari. Nel frattempo, lo spread cresce, ed il Pil seguita a non crescere. A lungo andare, coleremo ugualmente (anche se fieramente) a picco. A meno che…. Per uscire da questa crisi occorre uno scatto di creatività, ed anche qualcosa che incida ai livelli alti della produzione di merci. Che oggi  prevalentemente i piani delle merci e dei servizi “immateriali”, dove si svolge la vera competizione tra Paesi, quella che decide la loro gerarchia. Stranamente, se si pensa alla produzione di film, di teatro e di immaginario; alle mode; allo sport: abbiamo tutto un altro ventaglio rispetto a quello rappresentato dalle merci di Keynes, ma abbiamo anche un piccolo universo dove le leggi di Keynes funzionano perfettamente, dove ad ogni investimento corrisponde la comparsa di altri investimenti, dove i settori contigui avvertono sensibilmente la ripresa. La vita notturna delle città è un esempio facile e comprensibile da tutti. Tutto può cambiare, nel 2012, ma non il fatto che la crescita di autonomia, di pluralità provoca curiosità e sviluppo. Allora, se dobbiamo liberalizzare qualcosa, perché non cominciare dal settore della cultura? Rai e Finivest si comportano di fatto come la stessa azienda. Liberiamoci di Lorenza Lei, che si è liberata di Santoro per fare un piacere alla concorrenza. Scompaginiamo la noiosa ripetitività della Festa del Cinema di Roma. Aggiungiamo alla Mostra di Venezia la grande risorsa che potrebbe essere rappresentata dall’area dell’ex Ospedale Lido, dove potrebbero nascere i padiglioni della Biennale per India, Cina, e tanti altri stati emergenti che oggi non ce l’hanno ai Giardini di Castello. Mettiamo benzina nel motore del MAXXI e del MACRO. A che serve spendere centinaia di milioni di euro delle loro architetture, per poi condannarli a morte per ritirata dello Stato (magari mascherata ideologicamente da “trasformazione in Fondazioni”), mentre avrebbero dovuto fare concorrenza al Guggenheim, al Pompidou, a Londra, Parigi e New York come capitali della cultura?    

Il MAXXI, il MACRO, la GNAM, la Rai, il Cinema Pubblico, il Valle Occupato… Monti (ma non solo lui, e non solo e non tanto i partiti, ma soprattutto gli italiani) si sono dimenticati del Referendum sull’Acqua Bene Comune. E’ invece il caso di ritornarci, di fare della gestione dei beni comuni il fulcro dell’azione di governo… Come possiamo ridare senso alla parola PUBBLICO, BENE COMUNE, trasformata nell’opinione corrente (lo strano caso del Fatto Quotidiano) in sinonimo di spreco, sopraffazione, potere? Non c’è altra strada per lo sviluppo italiano che non una politica che privilegi i beni comuni. Fattori di risparmio, ma non di mortificazione; di allegria; di socialità senza mortificazioni penitenziali. Dalla comprensione del nuovo fattore economico “bene comune” deriva la riscoperta ed il rilancio della formazione scolastica, dell’Università, della formazione permanente. Persino (per quel che significa nell’universo delle Banche) la possibile ripresa della crescita del Pil!  

 

da www.ebdomadario.com

 

 

 

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