Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

I morti non hanno che questa pietra

 di Giuseppe Cassini

 

Una miccia accesa: questo erano i campi profughi palestinesi in Libano. Erano una miccia accesa già dal 1965, quando li visitai per la prima volta frequentando l’Università di Beirut. A me pareva inspiegabile che quella miscela di frustrazione per la patria perduta e di disperazione per la miseria quotidiana non facesse esplodere i campi come una santabarbara; infatti, dieci anni dopo esplosero. Da millenni il Libano – terra d'asilo ma di fragile costituzione – è stato teatro di invasioni: egizi, babilonesi, persiani, macedoni, romani, bizantini, crociati, ottomani, francesi e – buoni ultimi – gli israeliani dal 1978 fino al 2000.  Quel tragico 16 settembre del 1982 mi trovavo all'estremo nord della California, nel luogo mentalmente più lontano dagli orrori del conflitto libanese. Ma anche tra le sequoie arrivò la notizia del massacro. «Sabra and Shatila, where are they?» mi chiese un ranger del parco nazionale. Gli risposi che erano due campi profughi persi nella periferia di Beirut, due nomi insignificanti sulla mappa del Medio Oriente: insignificanti fino al giorno prima. Quante vittime? Un po' meno di mille, forse più di mille. La contabilità della morte era nel Libano di allora una scienza poco esatta. La banalità della morte, invece, era moneta corrente. Ma quel che colpì l’opinione pubblica – anche i californiani tra le sequoie – fu l'assurdità del massacro. Non un solo miliziano palestinese, non un solo uomo capace di portare armi era rimasto in quei campi dopo che Arafat si era ritirato con i suoi verso il nord del Paese. Lo sapevano sia gli israeliani sia i libanesi. Da Sabra e Chatila, infatti, non venne sparato alcun colpo contro gli assalitori: quei falangisti cristiani che, protetti da forze israeliane, tugurio dopo tugurio “ripulirono” i due campi da ogni donna, da ogni vecchio, da ogni bambino rimasto lì ignaro del proprio destino. Oggigiorno, i due massimi colpevoli non sono più in grado di parlare. Ariel Sharon “sopravvive” (per così dire) in stato vegetativo da cinque anni, in attesa che qualcuno abbia l’ardire di staccare la spina. Elie Hobeika, il capo delle milizie falangiste, è stato fino a dieci anni fa un attore della vita politica libanese, persino con incarichi di ministro. A me capitò spesso, come ambasciatore a Beirut, di doverlo incontrare per lavoro; peggio, mi capitò di incrociarlo anche nuotando in piscina (era un atleta e un sub provetto). Però si spostava e nuotava circondato da guardie del corpo. Un sesto senso – quel sesto senso che chiunque acquisisce dopo aver vissuto un po’ di tempo in Libano – mi suggeriva di stare alla larga. Il 25 gennaio 2002 una carica di tritolo nascosta forse nella borsa della sua muta da sub lo fece saltare in aria con tutti i suoi bodyguards; non fu facile ricomporre i pezzi di ciascuno. E Sabra e Chatila? Alla banalità della morte si è sostituito lo squallore della vita: perché vivere è sempre più gramo in quel dedalo di tuguri inglobato ormai nella metropoli. Un recinto anonimo delimita la fossa comune dove furono ammassati i resti delle vittime. Eppure il mondo non ha dimenticato, perché quel massacro è assurto a paradigma di tutti gli eccidi etnici che insanguinano il mondo. Ecco perché un gruppo di parlamentari, giornalisti, intellettuali e semplici “militanti della pietà” sognano di lanciare un'iniziativa nel trentesimo anniversario dell'eccidio: trasformare quella fossa comune in dignitosa sepoltura, recintandola con un muro di pietra del Monte Libano su cui incidere versetti di pace in ogni lingua del mondo. Come ha fatto a Mauthausen il poeta Louis Aragon, che ha dettato agli scalpellini parole da meditare: «I morti non hanno che questa pietra, impotente a portare la folla dei loro nomi. La memoria del crimine è la sola preghiera che chiediamo a te che passi qui davanti».

 

 da www.ebdomadario.com

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