Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Il suicidio "sociale" dei coniugi De Salvo

di Federico Pirro*

Una forma di eutanasia quella dei coniugi De Salvo, molto particolare soprattutto per le sue caratteristiche psicologiche. Dominante certamente il marito e non solo perché ha ucciso per poi uccidersi, relegando così la moglie in un ruolo di sottomissione, ma principalmente per essere stato lui il regista di quella che è stata una tragica messinscena.   Lo si è riscontrato anche nella registrazione diffusa da “Youtube”. Solo lui parlava soffermandosi anche sulle minuzie della loro drammatica storia, mantenendo una freddezza che lo faceva ritenere in preda ad una sorta di paranoia, certo spiegabile con i traumi delle enormi difficoltà che hanno afflitto la coppia negli ultimi anni. La moglie, al contrario, taceva. Vaghi e radi cenni di assenso. Comunicava con le sole lacrime, già vivendo quanto stava per accadere e che invece lasciava gelido, indifferente il marito.Questo a voler tracciare un’autopsia psicologica post mortem. Può apparire ingenerosa, ma non c’è dubbio che da quelle due morti emergono aspetti strettamente legati alla loro condizione: se quelle erano le premesse, le conclusioni non potevano essere diverse. Un esito che sembra essere stato pervicacemente perseguito, facendolo divenire un’allucinante vendetta verso tutti. Del resto, l’assenza di un figlio che pure esiste e pare vivere un’esistenza tranquilla, potrebbe dirla lunga sulla tormentata storia della famiglia De Salvo. Errori e incomprensioni devono avere caratterizzato e compromesso i rapporti sino all’irreparabile.La cronaca periodicamente ci riferisce di vicende analoghe. Di solito si legge di un genitore avanti negli anni con un figlio psichicamente disabile. L’angoscia di lasciarlo solo, privo di un qualunque sostengo, esplode nell’omicidio del soggetto debole ed nel successivo suicidio del soggetto dominante, il padre. In questi casi la disperazione è protagonista assoluta, dall’inizio della presa d’atto dell’ineluttabilità che il disabile sopravviva abbandonato sino ai gesti estremi.Per i De Salvo le conclusioni sono identiche, ma il percorso che le ha precedute è nettamente diverso. Alla lucidità della decisione di finirla, si è accompagnato un progetto davvero inconsueto: vivere sette giorni di vacanza e poi salutare la vita, il mondo. Difficile che siano stati sette giorni vissuti da spensierati turisti, ma colpisce che abbiano voluto riservarsi una chiusura caratterizzata da “piaceri” che non si potevano permettere da anni.Fin qui la disamina legata a questo tristissimo evento, limitata all’interno, cioè ai soli protagonisti. Proviamo ora a leggere il contesto sociale che ha fatto da sfondo, non certo incolpevole, a quella triste conclusione. L’assistenza pubblica, se così vogliamo definirla, disperde buona parte delle sue risorse nella delega, nell’affidare l’intervento a strutture private, spesso cooperative. De Salvo faceva giustamente osservare che costavano alla società 55 euro a testa al giorno ovvero 110 ovvero 3.300 euro al mese. Se questa somma fosse stata a loro affidata, avrebbero potuto vivere in un dignitoso appartamento e mantenersi senza grosse difficoltà. Diciamolo, avrebbero vissuto senza grossi problemi. Vivevano invece in un locale umido, mal gestito, insomma un tugurio. Non mangiavano come richiedeva la loro condizione di salute. E basta. Insomma l’abitazione poteva valere un fitto non superiore ai 300 euro al mese e l’alimentazione sui 20 a testa, al giorno.A voler essere generosi, il mantenimento sarà costato sui 1.500 euro mensili. E gli altri 1.800? La risposta è semplice e disarmante al tempo stesso. Quella differenza è il costo della delega, di solito affidata a cooperative, quindi alla gestione, dipendenti compresi. Cifra da moltiplicare per il numero degli assistiti. Sembra di capire che l’assistenza pubblica probabilmente spende più per il mantenimento delle cooperative stesse che per gli assistiti. E naturalmente non vogliamo credere che gli stessi gruppi di persone curino più cooperative, facendo oggettivo spreco di risorse se le cifre sono quelle menzionate.

Istituzioni di buona volontà potrebbero avviare una sorta di censimento e vedere un po’ come va il settore, eliminando eventuali mele marce, assistendo al meglio i meno fortunati che non possono divenire strumento per le sistemazioni altrui. E’ possibile? 

 


*consigliere comunale a Bari, già direttore del tg3 Puglia. da www.ebdomadario.com
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