Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Lino Patruno e il " Fuoco del Sud"

di Nicola Lofoco  

 

Per capire bene la storia del meridione italiano ecco l'opinione del giornalista Lino Patruno, già direttore de " La Gazzetta del Mezzogiorno" ed autore del libro " Fuoco del Sud". Con estrema chiarezza e precisione, Patruno ha  raccontato la situazione storico-politica in cui si è venuto a trovare il Meridione d’Italia dopo l’unificazione nazionale. Su quanto ha pagato il Sud gli effetti di quella unificazione , Patruno ha le idee chiare:"L’ha pagata con la conquista militare di uno Stato sovrano e con l’assoggettamento economico di un territorio e di una popolazione. E allora si sono create le condizioni per l’attuale situazione: un divario col resto del Paese senza paragoni in nessun altro Paese occidentale. Ha prevalso la logica dei vincitori e dei vinti, è nato allora il colonialismo interno".

Nel suo libro lei analizza le cause della nascita del fenomeno legato al brigantaggio, individuandone le cause e facendo anche riferimento a quanto affermato dallo storico inglese Eric Hobsbawn che diceva che i briganti erano considerati dalla propria gente eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia>. Quanto secondo lei è da rivedere la figura del brigante meridionale?

"E’ da rivedere tutta, come è da rivedere tutta la storia del Risorgimento che ci è stata finora raccontata. Il brigantaggio è stato fatto passare come un fenomeno di delinquenza comune endemico nel Mezzogiorno già molto prima dell’unità. Fu invece una rivolta popolare per una serie di ragioni. Tra le fila dei cosiddetti briganti c’erano i contadini delusi dalla mancata assegnazione delle terre promesse. C’erano i giovani renitenti alla leva militare pesantissima ordinata dal nuovo Stato. C’era gente che non riusciva a sopravvivere a causa della ferocissima tassazione imposta sempre dal nuovo Stato. C’erano quelli rimasti fedeli al Borbone. E c’erano sicuramente i briganti veri e propri, ma erano la minima parte. Se non fosse stato così, non sarebbero arrivati a 100 mila e più di 300 bande" . 

Il Nord Italia è sempre stato considerato la parte ricca e produttiva del Paese, rispetto al Sud che è stato spesso considerato in mano alla mafia e all’assistenzialismo. Cosa crede su tutto questo?  

"Il Nord non era più ricco del Sud al momento dell’unificazione. E l’assistenzialismo il Sud non lo ha scelto ma ne è stato condannato quando si decise che tutto lo sviluppo si sarebbe dovuto avere al Nord. Allora il Sud fu ridotto a mercato di consumo dei prodotti del Nord, a serbatoio di manodopera a poco prezzo per il sistema industriale del Nord (l’emigrazione), a serbatoio di voti per mantenere in piedi tutto questo. In queste condizioni non potevi sopravvivere senza l’intervento dello Stato, perché fra l’altro serviva a rendere il Sud consumatore di prodotti altrui e non produttore. Quanto alla mafia, al momento dell’unità non era ancora mafia, ma fu Garibaldi a chiederne l’aiuto in Sicilia e a liberare dal carcere i futuri camorristi a Napoli per farsi appoggiare. E poi, di chi la colpa se in vaste aree la mafia, la n’drangheta o la camorra dominano e controllano il territorio più dello Stato, dei meridionali o dello Stato?"  

Di che cosa ha effettivamente bisogno secondo lei tutto il Meridione italiano per avviare un concreto progetto di sviluppo?  

"C’è bisogno che tutta l’Italia capisca che lo sviluppo del Paese può avvenire solo al Sud, che il Paese non cresce se non cresce il Sud. E il Sud va messo in condizioni di farlo, a cominciare dalle infrastrutture (materiali, immateriali, sociali), cioè dal capitale sociale: come può crescere il Sud se, ad esempio, gli togli i treni? Dopo di che, a parità di condizioni, sarà il Sud a non volere più alcuna forma di assistenza. E dopo di che però il Sud deve dimostrare di cosa è capace."                

 

 

 

 

 

 

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