Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Quel pomeriggio di un giorno da cani

di Gianfranco Pagliarulo 

Sacrosanto criticare i violenti, necessario distinguere fra la grande massa di studenti e i presunti guerriglieri, opportuno chiedere al ministri dell’Interno come mai è avvenuto ciò che è avvenuto, indispensabile verificare la eventuale presenza di agenti provocatori di qualche questura o di qualche servizio. Genova dieci anni fa insegna. Ma tutto ciò non spiega del tutto gli eventi del pomeriggio del 14 dicembre, un pomeriggio di un giorno da cani (con particolare riferimento al voto alla Camera). Quegli eventi sono il sintomo di un possibile futuro cedimento strutturale, la spia della riserva che ci indica che la benzina sta per terminare. Viene alla luce l’irresponsabilità di chi, come il Presidente del Consiglio, predica da tempo un ottimismo fatuo come i fuochi dei cimiteri anziché denunciare la gravità della crisi e contrastarla con provvedimenti strutturali e anticiclici.  Il malessere sociale e la povertà si sono allargati a dismisura. Basta vedere gli indici dei consumi che continuano a precipitare. Basta guardare le cifre impressionanti del tracollo del mercato dell’auto. Sembra che la società italiana si sia fermata e si interroghi, spaesata, sulla possibilità di un futuro. Un’intera generazione, stando così le cose, è condannata a precipitare socialmente ed economicamente, perché le famiglie non riescono a reggere i costi della scuola/università o perché, ammesso che ci si diplomi o ci si laurei, sarà difficile trovare un lavoro e praticamente impossibile accedere ad un’attività consona al titolo di studio ed ancor meno ad una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro. In sostanza ai giovani viene negata la possibilità di ascendere nella scala sociale attraverso la formazione. E la formazione, cioè la scuola e l’università, è l’unica via che consente tale ascesa. Ciò è confermato dagli stereotipi dominanti dell’ascesa sociale, dalle veline ai Grandi Fratelli ai Fabrizio Corona, dove sembra che la formazione sia insignificante nella costruzione di una nuova classe dirigente, e si sventola lo specchietto per le allodole di un successo determinato dall’avvenenza, da capacità più o meno truffaldine o dalla subordinazione al potente di turno. Il suk parlamentare dei voti in vendita ne è la più efficace rappresentazione. Si salvano solo i ricchi e la loro figliolanza, nello sfascio dell’istruzione pubblica e nello scandalo assoluto dei crescenti finanziamenti a quella privata. Sentire parlare di merito da parte di personaggi spesso inquietanti perché protagonisti di carriere politiche dall’oscura origine fa rabbrividire, in quanto la reale selezione che avverrà dando attuazione ai provvedimenti legislativi non sarà in base al merito, ma al reddito, cioè al censo. Questa generazione porta perciò la croce del più grave disagio sociale degli ultimi sessant’anni. E non c’è, allo stato delle cose, una chiara rappresentanza parlamentare in grado di interpretare pienamente tale disagio e trasformarlo in scelte istituzionali,  in progetto politico, culturale e sociale di trasformazione. Certo, c’è chi si è opposto anche con forza a tali controriforme, ma in tale opposizione non ci si riconosce ancora, tant’è vero che il fenomeno del disamore verso la politica e il conseguente astensionismo elettorale sono in continua ascesa.La dimensione in cui inquadrare le vicende di Roma è europea. Basti pensare alla Grecia e alla Gran Bretagna. E si spiega, perché a ben vedere l’intera Europa ha scelto fino ad oggi una via d’uscita dalla crisi che colpisce i ceti popolari e salvaguarda i poteri forti. Se quindi l’incendio del centro di Roma è anche l’incarnazione di una crisi di rappresentanza, la domanda è: cosa fare per costruire fin da subito questa rappresentanza? L’alternativa non è solo una possibile serie di velleitarie ed incontrollabili esplosioni sociali causate da un disagio crescente, all’occorrenza esacerbate da agenti provocatori; è anche il pericolo di una ulteriore reazione autoritaria mentre a sinistra si allarga il vuoto politico.Nonostante le più strane alchimie nessuno è riuscito a dimostrare che la bandiera dell’eguaglianza non appartiene più alla sinistra, ma ad altre culture politiche. Evapora intanto come la foschia a mezzogiorno l’idea di un Paese con una destra, un centro, un centrosinistra e nessuna sinistra o una sinistra marginale. Il primo punto dell’agenda è perciò di una semplicità disarmante: ricostruire una sinistra unita, popolare e specialmente convincente.

 

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