Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Jihad, una parola complessa e polisenso

di Nicola Lofoco

 

La parola, tanto discussa Jihad, è davvero sinonimo di guerra ? Un’azione militare volta alla costrizione della conversione non è, al contrario, né prevista né consentita in alcun modo. «Non vi sia costrizione nella religione» recita il Corano nella seconda Sura, al versetto 256.

La conquista di altre nazioni per colonizzarle, la conquista di uno o più territori per riceverne un guadagno economico non può essere considerato, dunque, jihad. Alla luce di quanto scritto finora, è necessario inserire un’ulteriore distinzione all’interno dei significati di jihad. Secondo alcune interpretazioni del Corano – che è giusto ricordare sono tutt’oggi oggetto di dibattito – il profeta Maometto ha definito come “maggiore” il jihad spirituale, interiore, mentre “minore” è, invece, considerato il jihad militare (alle regole, ovviamente, che abbiamo già visto sopra).

 

Jihad maggiore

Tenendo bene a mente la definizione di “lotta spirituale al fine di vivere nel migliore dei modi la fede Islamica”, è la lapalissiana

messa in pratica dei cinque pilastri dell’Islam: recitare le preghiere (Namaz), effettuare il digiuno durante il Ramadan

(Sawm), praticare la testimonianza di fede (Shahada), fare elemosina (Zakat) e compiere il pellegrinaggio verso La Mecca

almeno una volta nella vita (Hajj). Altre vie per compiere il jihad maggiore possono essere lo studio, approfondito e 

continuato, dei testi sacri sino a impararli a memoria, oppure il perdono di un torto, smettere fumare e altre attività simili.

 

Jihad minore 

Com’è stato già specificato, si tratta dell’aspetto più militare e violento del significato di jihad. In questo senso viene inteso come “Guerra Santa”, da non confondere però con la definizione occidentale di quest’ultima. A tal proposito, va considerato che ci sono regole ben precise e difficilmente evadibili che regolano il jihad offensivo:

1 deve essere proclamato da un leader religioso;

2 deve essere sempre difensivo, quindi è la controparte a

dover cominciare le ostilità;

3 gli innocenti non devono essere uccisi;

4 prima di giungere al conflitto, ogni altra strada pacifica

deve essere tentata;

5 donne, bambini e anziani non devono essere feriti o uccisi;

6 è vietato avvelenare i pozzi d’acqua;

7 le donne non devono essere violentate;

8 non devono essere recati danni alle proprietà altrui (case ecc.);

9 i nemici devono essere trattati con giustizia.

Prendendo in considerazione questi punti, appare assolutamente evidente quale differenza abissale intercorra tra il jihad “minore”, come inteso dal Corano e dalle parole di Maometto, e l’azione militare offensiva che vari gruppi, da Boko Haram all’Isis, stanno conducendo nei loro rispettivi paesi. Accanto a questo, negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2013, si è iniziato anche a parlare di jihad sessuale. Esso riguarda l’invio di donne da un Paese pan-arabo a militanti (soprattutto presunti tali, come abbiamo visto in precedenza) jihadisti. Tuttavia, il Corano non prevede assolutamente questo aspetto del jihad, anzi condanna duramente l’adulterio e la prostituzione.

Eppure si tratta di una realtà che negli scorsi mesi, soprattutto dalla Tunisia, è stata sollevata a gran voce nei confronti dell’opinione pubblica. In sostanza, donne non sposate vengono persuase a raggiungere le zone dei conflitti per congiungersi, tramite contratto, ai militanti estremisti, diventando “mogli” provvisorie da utilizzare, ovviamente come meri oggetti sessuali. La questione è tornata di scottante attualità con la formazione del califfato tra Iraq e Siria da parte dell’Isis.

Quest’ultimo, in un recente comunicato (che sono da prendere sempre con una certa cautela, perché ce n’è un gran numero di falsi in rete) ha richiesto l’invio di ragazze non ancora sposate nel califfato, esortandole a “fare la loro parte” e annunciando che i trasgressori, o chi si rifiuterà, sarà punito ai sensi della sharia. A ogni modo, come per le azioni violente di Al Qaeda e affini, questo non ha nulla a che vedere con l’Islam,il Corano e la definizione, come abbiamo visto, di jihad. Al contrario, i comportamenti di questi militanti, evidentemente interessati solo ed esclusivamente al controllo del territorio mantenendo il loro potere, violano numerose regole del jihad, e allo stesso modo calpestano sempre alcune legge fondamentalli del testo sacro: ad esempio, al versetto 32 della quinta Sura, in riferimento all’episodio di Caino e Abele, si legge che «chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità».

Questo termine è stato quasi ovunque ignorato fino all'11 settembre del 2001, quando è diventato di uso comune anche fuori dal mondo arabo in seguito al dirottamento di alcuni aerei di linea utilizzati come 'ariete' per l'abbattimento delle Torri Gemelle di New York. Da quel momento è stato fin troppo spesso legato a doppia mandata alla sua accezione più diffusa e stereotipata, quella cioè di 'Guerra Santa'. Una semplificazione, una scorciatoia intrapresa soprattutto all'Occidente, dove in seguito al disastro di Ground Zero - apripista per una serie di altri attentati in tutto il mondo (Londra 2005, ad esempio)- la lotta al terrore ha dato vita ad una diffusa islamofobia che, nello stesso calderone, ha gettato estremisti e non.

Nelle prossime righe cercheremo di tracciare una cartina al tornasole sul Jihad, uscendo dall'oscurantismo del significato univoco del termine e fornendo una sorta di mappa per comprendere perché, volendo tracciare un parallelo con i giorni nostri, Jihad non è necessariamente sinonimo di I.s.i.s. 

You are here Rassegna Stampa Jihad, una parola complessa e polisenso