Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Via Fani, il 16 marzo di cinque vittime , un rapito e di un inesistente complotto

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                              il motorino di Alessandro Marini
 

di Nicola Lofoco

da Agoravox.it

Roma, 16 marzo 1978. Il presidente della Democrazia Cristiana, On. Aldo Moro, esce dalla propria abitazione situata in via del Forte Trionfale per recarsi a Montecitorio. Insieme a lui ci sono 5 uomini che gli fanno da scorta: i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi ,che viaggiano insieme a Moro su una Fiat 130 blu, e gli agenti di pubblica sicurezza Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino a bordo di un Alfetta bianco panna.

Alle ore 9, 02 ad attenderli all’ incrocio tra via Mario Fani e via Stresa un commando delle Brigate rosse, che tende loro un sanguinoso agguato in cui tutti e cinque gli agenti vengono uccisi. Aldo Moro, invece, viene rapito e resterà prigioniero dei brigatisti sino al 9 maggio, data della sua uccisione. Il 16 marzo di quel fatidico 1978 le Brigate rosse porteranno quindi a termine il primo punto fondamentale di quello che loro stessi avevano ribattezzato l’operazione “Fritz”. E’ stato quello certamente un momento cruciale per tutta la Repubblica Italiana. Indubbiamente, se non vi fosse stato l’ Affaire Moro da scrivere e ricordare negli annali della storia d’ Italia, oggi ci troveremmo a commentare in modo diverso tutto il nostro passato. Ma di tutto questo non siamo quasi più abituati a parlarne da un punto di vista storico ed obiettivo. Da ben 38 anni è ormai ricorrente la cosiddetta“ teoria del complotto”, quella che fa ritenere i brigatisti rossi dei meri burattini gestiti da chissà quali poteri occulti che volevano far fuori Moro e la sua politica di apertura al Partico Comunista. Su via Fani sono stati dedicati nel corso del tempo libri, fumetti, film , fiction e narrazioni di ogni genere. Tantissime schiacciate sul “ chi ha mandato le Br in via Fani ? “ , oppure su “ chi ha protetto le Br nell’ azione di via Fani ?” o peggio ancora su” chi stava al posto delle Br in via Fani ?”. Sino allo scorso anno uno dei maggiori tormentoni era stato quello di individuare le due persone che, in sella ad una moto Honda, erano passate da via Fani sparando contro il ciclomotore di Alessandro Marini, ingegnere civile, che affermò anche che quei proiettili avevano infranto il parabrezza del suo motorino. Un evento sempre negato dalle Brigate rosse, cha ha generato le teorie più sbizzarrite e fantasiose su chi ci fosse davvero a bordo di quella moto. 

La circostanza degli spari sul parabrezza era invece del tutto falsa. La prova è racchiusa nella foto a colori del suo motore presente in alto, e un ampio resoconto lo trovare a questo link. Si è spesso polemizzato su tutto questo, affermando che vi era già un sentenza passata in giudicato che condannava le Br per il tentato omicidio di Alessandro Marini. Verissimo, come è anche vero che vi è stata la sentenza del processo d’appello risalente al 1985 , presieduto dal Giudice Giuseppe De Nictolis, che sanciva l’inattendibilità delle dichiarazioni di Marini. Perché allora non ricordare tutte le sentenze nel loro complesso? E, ricordiamo ancora, che proprio nelle sentenze emesse dopo cinque lunghi processi sono stati ritenuti come esecutori dell’ omicidio di Moro e degli uomini della sua scorta solo ed esclusivamente gli appartenenti alle Brigate rosse. In nessun sentenza vi è stata la condanna di uomini o rappresentanti dello Stato italiano nè, tantomeno, sono emerse prove sul fatto che i brigatisti fossero stati al soldo di chissà quale potere occulto. Negli ultimi anni , tra le tante mere ipotesi in stile “ giallo fantasy” , si è detto che la presenza di una vettura Austin Morris di colore azzurro avrebbe impedito la fuga della Fiat 130 guidata dall’ appuntato Domenico Ricci. Non è affatto vero. Abbiamo qui un'altra foto che dimostra bene come l’auto Austin non fosse affatto di intralcio all’ eventuale fuga della Fiat 130:

 

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L’Austin Morris vicino alla Fiat 130

 

Oltretutto è anche ben noto il nome della persona che l’aveva parcheggiata la sera precedente. Si tratta di Patrizio Bonanni, uno dei soci della società immobiliare “ Poggio delle Rose” che ha spiegato che si era recato la sera precedente in via Fani per passare la notte in un appartamento messo a sua disposizione dalla società, insieme alla sua fidanzata e futura moglie ( la donna ha anche confermato le sue dichiarazioni). Nulla di più. E allora di cosa stiamo parlando? Tutto questo si aggiunge alle altre mere invenzioni sul “ misterioso uomo dal cappotto di cammello “, misterioso manco per niente perchè si trattava in realtà Bruno Barbaro che non era affatto un agente dei servizi segreti, cosa del resto già ampiamente chiarita sin dal 1993 grazie ad un’ intervista del giornalista David Sassoli.

E si aggiunge anche alle barzellette raccontate sul colonnello Camillo Guglielmi ( che era in realtà nella parte alta di via Stresa, non in via Fani). Mai una prova emersa di un suo coinvolgimento in alcuna sede giudiziaria, cosa da ricordare a chi sbandiera sempre il fatto di guardare alle sentenze. Per non parlare di Tullio Moscardi, altro testimone oculare, etichettato come “ super agente di Gladio” , quando era invece soltanto un reduce della seconda guerra mondiale. La verità e che molto spesso la realtà è sotto i nostro occhi ma non la vogliamo nè vedere nè accettare. Un complotto o una storia legata a chissà quali misteri inenarrabili sono sempre più accattivanti verso l’immaginario di ognuno di noi, quando cerchiamo sempre di saziare i nostri appetiti legati alla nostra fantasia che spesso ha bisogno di essere sfogata. Se a tutto questo aggiungiamo i tanti killer di verità che si sono fatti largo sul caso Moro per quasi 40 anni, il gioco è fatto. Possiamo dire addio alla verità ancora per tanto tempo, a meno che non decidiamo seriamente di aprire gli occhi. E ne sarebbe ora.

 

http://www.agoravox.it/Delitto-Moro-Via-Fani-il-16-marzo.html

 

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