Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Salvo Andò e il ricordo di Paolo Borsellino

di Nicola Lofoco

da Infodem.it

Il 1992 è ricordato negli annali della storia italiana come uno tra i più cruciali del nostro passato. Fu l’anno in cui scoppio l’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite”, che rase letteralmente al suolo la classe politica che spadroneggiava in Italia. E fu anche l’anno in cui la Mafia compì due tra i suoi più vili e sanguinosi attentati, quello di Capaci e quello di via D’Amelio a Palermo, contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: appariva il segnale inequivocabile della dichiarazione di guerra lanciata da “Cosa Nostra” allo Stato italiano ed alle sue leggi.

Negli ultimi anni si è fatta strada l’ipotesi che, a partire proprio dal 1992, ci sia stata la cosiddetta trattativa “Stato- Mafia”, in cui in maniera abbastanza inquietante uomini delle Istituzioni avrebbero trattato occultamente con la gerarchia mafiosa per arrivare con essa ad un “compromesso”. Salvo Andò, siciliano e socialista, era in quel periodo ministro della Difesa, vivendo con forte intensità tutta questa situazione.

Il 27 gennaio 2010 Agnese Piraino Leto, vedova di Paolo Borsellino, raccontò al capo della procura nissena Sergio Lari un fatto mai emerso sino ad allora: Andò incontrò all’aeroporto di Fiumicino Paolo Borsellino poco prima della sua morte e gli disse che aveva ricevuto un’informazione da Vincenzo Parisi che parlava di un imminente attentato alla sua persona. Ma Borsellino di tutto questo non sapeva nulla.

Ecco cosa ricorda di quel giorno e di quell’anno Salvo Andò:

Il 28 Giugno 1992, quando lei era ministro della Difesa nel primo governo Amato, avrebbe incontrato Paolo Borsellino nella sala Vip dell' Aeroporto di Fiumicino. Qui lo informò che era arrivata una missiva del capo della Polizia Vincenzo Parisi che parlava di un imminente attentato della mafia rivolto a lei, ad Antonio Di Pietro e allo stesso Borsellino. Che ricordo ha di questo episodio?

Non ricordo con precisione la data di quell'incontro. Non ho mai tenuto diari e non sono in grado di ricordare esattamente  il giorno dell'incontro. Mi sono fatto l'idea che quell'incontro si sia verificato nelle settimane precedenti la mia nomina a ministro della Difesa. È stato quello un periodo di lavoro davvero intenso, prima come capogruppo poi come ministro. C'erano difficoltà di ogni tipo a cui fare fronte. Difficoltà politiche perché l'avvio della legislatura era stato tormentato e la vicenda dell'elezione del Capo dello Stato registrava contrasti e divisioni, nei partiti e tra i partiti . Già in campagna elettorale, poi, le inchieste giudiziarie lasciavano presagire sviluppi clamorosi, soprattutto a Milano. Con la morte di Falcone comprensibilmente tutto diveniva ancora più complicato . Occorreva dare delle risposte tempestive oltre che dure sul terreno dell'attività antimafia.

Il governo ha cominciato a muoversi in questo clima. Anche all'interno del partito socialista la situazione era tutt'altro che tranquilla. Abbiamo cominciato a lavorare, col governo Amato, in una situazione in cui emergenza economica ed emergenza criminale creavano forti tensioni anche nei rapporti tra governo e maggioranza. Nonostante ciò, l'atteggiamento di durissimo contrasto nei confronti delle organizzazioni criminali, a livello di governo, pareva assolutamente condiviso. Per quanto riguarda la mia attività di governo c'erano molte urgenze cui fare fronte sul piano internazionale (occorreva preparare il  turno di presidenza italiana dell'Ueo, c'erano le missioni all'estero da gestire) e sul piano interno, considerato che sin dai primi giorni ho pensato ad un uso dell'esercito con compiti di ordine pubblico per riprendere il controllo del territorio. Mai si era avuta una mobilitazione così massiccia dell'esercito in Italia e all'estero come in quei mesi. L'invio dell'esercito in Sardegna, con l'operazione Forza Paris per liberare il piccolo Faruk, fu deciso nei giorni immediatamente successivi al mio insediamento al ministero.

Insomma ero sempre in giro, in Italia e all'estero e per gli spostamenti spesso usavo, proprio per un problema di tempi, aerei militari. Tutto ciò mi porta a ritenere che l'incontro con Borsellino sia stato precedente alla mia nomina, essendo avvenuto all'aeroporto di Fiumicino. Normalmente partivo da Ciampino da ministro. Ricordo molto bene l'incontro, le cose che ci siamo dette, ricordo che c'era anche la moglie insieme al magistrato e che ci siamo appartati per potere parlare più liberamente. Gli dissi che avevo ricevuto un'informativa dal prefetto Parisi in cui si parlava di un possibile attentato che riguardava me e lui. Era un'informativa strettamente riservata. In quei giorni Parisi mi aveva avvertito di essere abbastanza cauto nei miei  movimenti. Dissi tutto a  ciò Borsellino che non sapeva nulla di quella informativa. Non solo non gli era pervenuta, ma  non aveva proprio notizia di essa.

Che reazione ebbe Borsellino a quella notizia ?

Borsellino mi sembrò non solo sorpreso, ma anche molto contrariato. Ovviamente sapeva di essere un obiettivo molto a rischio, ma  il fatto di essere stato tenuto all'oscuro di una notizia così importante di cui il Capo della polizia era in possesso gli appariva davvero sorprendente. Anch'io  giudicavo la cosa davvero incomprensibile. Gli dissi di acquisire ulteriori informazioni, di saperne di più, di verificare se a Palermo a livello di Polizia, di Carabinieri fossero state prese delle misure di ulteriore protezione. Si trattava di un magistrato particolarmente esposto, il più esposto dopo la morte di Falcone.

Ritiene che ci possa essere stata una "talpa" della Mafia all'interno della procura di Palermo o dei servizi di sicurezza italiani in grado di impedire che a Borsellino giungesse quella notizia, quel preavviso?

Non è da escludere che vi fossero delle talpe. Anche vicende successive hanno rivelato che dallo stesso palazzo di giustizia, a livello di collaboratori dei magistrati, di personale amministrativo, c'era chi forniva notizie all'esterno, in ordine alle inchieste in corso. E poi il tribunale di Palermo e soprattutto la procura era un luogo nel quale si erano verificati scontri durissimi anche negli anni precedenti: scontri non tra filiere politiche interne a quegli uffici, ma scontri  tra le persone. Basti ricordare tutta la vicenda del Corvo e le tensioni esplose negli anni precedenti tutte le volte che si trattava di assegnare un posto di vertice all'interno della procura o di altro ufficio. Ma in questo caso le notizie non erano uscite illegalmente dal palazzo: non erano proprio arrivate ai soggetti a cui dovevano arrivare.

Spesso si afferma che Paolo Borsellino sia stato assassinato perché di ostacolo alla presunta trattativa tra Stato e Mafia. Che ne pensa?

La questione della trattativa Stato-mafia presenta elementi di ambiguità, di scarsa chiarezza con riferimento al livello delle persone coinvolte nell'eventuale trattativa. L'idea che mi sono fatto è che sicuramente non si è trattato di una trattativa, se c'è stata, che coinvolgeva il livello di governo in modo diretto o indiretto, almeno il governo Amato. Non ho mai avuto alcuna notizia che potesse insomma farmi ritenere che, mentre a livello politico la linea della lotta alla mafia veniva portata avanti con grande durezza, in altri ambienti vi fosse chi sotto sotto invece lavorava per un accordo. Non l'ho avuta quando ero al governo e non l'ho avuta nei mesi successivi visto, quando svolgevo l'attività parlamentare con un certo impegno e che ero nelle condizioni di acquisire notizie rilevanti  che riguardavano la lotta alla mafia .

La vicenda dovrebbe riguardare gli anni 1992-93.  Avevo un ottimo rapporto con Parisi, il capo della polizia, un servitore dello Stato molto stimato che era nelle condizioni di acquisire notizie anche molto riservate che non riguardavano il suo lavoro in senso stretto. Ero solito incontrarlo per uno scambio opinioni. Non era legato a particolari gruppi politici, perché diceva che compito suo era quello di difendere tutti per quanto riguarda la sicurezza. Nulla mai mi fu detto, nulla mai trapelò da questi colloqui che mi potesse far ritenere che qualcosa si muovesse sotto traccia per trovare un canale di comunicazione con le organizzazioni criminali. E poi c'è sempre stata una certa competizione tra diversi apparati dello Stato che si occupano di sicurezza e sono certo che notizie così importanti sarebbero comunque trapelate, magari solo per screditare un personaggio, un ambiente.

Avevo buoni rapporti con i miei colleghi ministri, con alcuni addirittura ottimi e mai alcune indiscrezione è venuta fuori, neanche una chiacchiera. Quindi sono portato ad escludere qualunque coinvolgimento della struttura di governo come tale. Non conoscevo Mori, ma tenuto conto delle mie responsabilità avevo buoni rapporti con i vertici dell'arma dei carabinieri. Ritengo che qualche notizia mi sarebbe giunta, o sarebbe giunta a qualche collega ministro. Non si parlò mai di tentativi o azioni condotte in questa direzione. E poi c'è un problema di coerenza tra ciò che facevamo giorno per giorno per assestare colpi molto duri alle organizzazioni criminali e la supposta trattativa.

L'operazione Vespri Siciliani fu decisa con grande convinzione dall'intero governo a distanza di qualche ora dalla morte di Borsellino, durante un incontro notturno svoltosi presso la prefettura di Palermo. Si trattò di un ulteriore atto di guerra dichiarato alle organizzazioni mafiose. Non solo perché avveniva una mobilitazione senza precedenti di uomini nel territorio, con lo scopo di fare riprendere allo Stato il pieno controllo del territorio, di saturarlo, di controllare ogni movimento su di esso, di alzare la soglia di rischio per chi gestiva attività illecite sia nei grandi centri urbani che fuori di esso. Ma si trattò di una sfida alla mafia anche sul piano della tempistica delle modalità con cui l'operazione partì.

Nel giro di poche ore con aerei militari i boss furono portati via dall'Ucciardone, nessuno poteva sapere nulla delle nostre intenzioni, vennero presi mentre dormivano, trasferiti in pigiama. Era uno sfregio che si voleva deliberatamente arrecare anche all'immagine di  Cosa Nostra , che sembrava in grado di colpire qualunque obiettivo. Non si poteva, da un lato trattare e dall'altro fare operazioni di questo tipo che hanno portato alla cattura di molti latitanti, che hanno ripulito interi quartieri cittadini di quella micro criminalità diffusa che costituiva una capillare struttura del sostegno delle grandi organizzazioni criminali. I Vespri Siciliani sono stati una grande operazione di contrasto alla criminalità organizzata che ha dato risultati eccellenti, che non ha prodotto  vittime tra i militari; un'operazione che viene studiata ancora oggi in alcune università  inglesi come operazione esemplare per garantire il controllo del territorio .

Che ricordo ha di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?  

Di Giovanni Falcone ero molto amico. Ci incontravamo spesso, parlavamo di tutto e avevamo un rapporto molto forte e confidenziale. Giovanni era una persona molto aperta e solare. Ricordo bene che venne ucciso di sabato. Cenai con lui il giovedì precedente e fu l'ultima volta che lo vidi. Di Paolo Borsellino ricordo molto la sua sobrietà, non amava vivere sotto i riflettori e non era un esibizionista. Era un uomo molto serio e riservato, di grande spessore, capace di stare sempre dalla parte delle vittime e di chi soffre. Ricordo una manifestazione che facemmo insieme a Sciarra nel ricordare Salvatore Carnevale, vittima di mafia. Mi fece una gran bella impressione la sua partecipazione. Entrambi erano due grandi servitori dello Stato, non potrò mai scordarliFonte  .<

 

Fonte _ http://www.infodem.it/analisi.asp?id=4817

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