Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Caso Moro: dieci domande a Marco Cazora

di Nicola Lofoco

 

Mentre si torna a parlare del caso Moro sulla scena della politica italiana, con la proposta di creare una nuova commissione parlamentare d’inchiesta, sull’omicidio del presidente della DC e dei suoi cinque agenti di scorta continua ad essere segnato da dubbi e zone d’ombra che rendono per ora impossibile scrivere la parola fine sul delitto politico più significativo della storia repubblicana.  Cerchiamo oggi di capirne qualcosa in più facendo dieci domande a Marco Cazora , figlio dei deputato democristiano Benito Cazora che durante i 55 giorni del sequestro  si adoperò moltissimo per cercare di liberare Aldo Moro e di salvargli la vita. Ecco il racconto di Marco nelle nostre dieci domande. Per prima cosa gli chiediamo quale ricordo ha della mattina del 16 Marzo 1978:

Quel giorno ero a scuola. Avevo 16 anni. In mattinata ci comunicarono cosa era successo, sospesero le lezioni e ci rimandarono subito a casa.

Tu sei il figlio di Benito Cazora. In quel momento tuo padre era parlamentare della Democrazia Cristiana. Tuo padre temeva per la sicurezza tua e della tua famiglia?

No. Posso dirti di no per le sensazioni di quei giorni che ricordo bene. Nessuna paura, assolutamente. A meno che non parliamo di paura in  generale per quella che era la situazione dell’epoca. Personalmente sono stato vittima di attimi di violenza, ma come ve ne erano stati tanti in quegli anni, soprattutto a Roma. Venivamo dal ’77 , per cui vi era vi erano molti refusi dell’anno precedente. Ma per quanto riguarda il suo impegno nel vicenda di Aldo  Moro, non ha mai avuto nessun timore né per sé e nemmeno  per sua famiglia.

Tu padre, che si adoperò molto  per trovare la prigione di Moro,  diede l’indicazione di cercare a Via Gradoli, indicandola come la “ zona calda” . Una segnalazione a cui la polizia non diede seguito. Come mai?

Mi padre venne inizialmente condotto , dalle persone con cui aveva iniziato la trattativa per trovare Moro,  in via Gradoli. Subito dopo lui lo comunicò al capo della polizia. La risposta da parte loro, in realtà, ci fù. Nel senso che comunicarono a mio padre di aver preso in considerazione le sue notizie e di aver mandato degli agenti sul luogo che non avevano riscontrato assolutamente nulla. Questa fù la versione ufficiale di quell’episodio fatta a mio padre  dal capo della polizia. Poi se la polizia  all’epoca fece in realtà altre cose  non lo posso sapere.  

 E’ vero che tuo padre incontrò l’ 8 Maggio il questore di Roma , Emanuele De Francesco, che dopo avergli detto che era possibile trovare la prigione di Moro si sente rispondere : “ Guardi lasci stare, tanto domani ci restituiscono Moro vivo, lo liberano “

Mio padre in realtà, il giorno 7 Maggio , incontra Francesco Cossiga nel transatlantico. E lo avvertì che,  dalla notizie in suo possesso, due giorni dopo ci sarebbe stata l’esecuzione di Aldo Moro. La risposta di Cossiga fù : “ tu stattene tranquillo, tra due giorni lo libereranno”. Se Cossiga in quel momento ha detto realmente a mio padre cosa pensava oppure sapeva di dire il falso è una cosa che non possiamo sapere. In ogni caso, Cossiga che era all’ epoca ministro dell’Interno , tranquillizzò mio padre sul destino di Moro.  

Vi è una telefonata tra tuo padre e Sereno Freato, collaboratore di Aldo Moro, dove tuo padre chiede a lui  delle foto scattate in via Fani. Le chiede perché lui dice a Freato che gli sono state chieste dalla “ Calabria” perché nelle foto vi è “ uno noto a loro”. In molti hanno sostenuto che le foto a cui viene fatto riferimento sono quelle scattare da Gherardo Nucci, consegnate dopo al procuratore Infelisi , che dichiarerà successivamente di averle smarrite. Sono queste le foto a cui si allude nella telefonata ?

A questa domanda non posso dare una risposta certa. Se  mio padre si rivolge a Freato è perché dall’altra parte vi era stata una richiesta di foto molto vaga. La sensazione che ho io e che si facesse  probabilmente riferimento alle foto di Nucci. Le foto scattate da Nucci non le ho mai viste e quindi non possiamo sapere cosa raffigurassero. Credo che si facesse riferimento  anche al dopo. Qualcuno che poteva aver preso parte all’agguato o qualcuno che doveva rimanere  a sorvegliare la situazione alla fine come insospettabile. Ma comunque su questo non abbiamo certezze. L’unica certezza che abbiamo e che le foto spariscono e che Infelisi, che finirà sotto processo, verrà assolto. Pensiamo in ogni caso a cosa accadrebbe oggi se fosse accaduta una vicenda come quella di Moro ed un pubblico ministero che indaga su quel caso perdesse delle foto a riguardo. Gli verrebbe tolto subito l’inchiesta. Il fatto singolare e che nonostante lui afferma di aver perso le foto mantiene le indagini sino alla fine. Mio padre , durante il caso Moro, non ha mai incontrato Infelisi. Ma si erano conosciuti in precedenza , quando Infelisi era pretore e mio padre era assessore al comune di Roma. Si erano trovati spesso a controbattersi su alcune vicende. Con questo non voglio dire che Infelisi non consegna le foto perché la richiesta arriva da Cazora. Infelisi nasconde le foto perché tramite quelle immagini si sarebbe arrivato con chiarezza a qualcosa a cui non si doveva arrivare.

Nel 2013 si è parlato molto delle dichiarazioni di Giovanni Ladu, un brigadiere della guardia di finanza che ha detto di essere stato per quasi 15 giorni a tenere sotto controllo la prigione di Moro in via Montalcini 8 con alcuni colleghi in un appartamento nella stessa strada al civico 18 e che il blitz per liberarlo è stato annullato l’8 Maggio da un uomo in cui riconosce solo nel 2009 nel generale Gianadelio Maletti. Credi che siano credibili le sue dichiarazioni?

Di questa cosa ne avevo già sentito parlare anni fa. In realtà, dalle notizie che ho io, vi era qualcosa di verosimile, che coinvolge il generale Maletti ed un uomo politico. E si fa riferimento a più giorni di controllo. E non ad un civico al n. 18 di Via Montalcini ma in un'altra postazione vicina . Un altro luogo, dunque, dove quest’ uomo politico si incontrava spesso con il generale Maletti. Maletti ha sempre dato  delle indicazioni estremamente precise sul modus operandi dei nostri servizi segreti e sulle loro modalità di obbedienza verso i servizi segreti americani. E da ricordare bene che lui afferma che il compito della Cia era quello di suggerire ed assegnare tutto agli italiani sul fatto di fare gli attentati. Il dove e chi dovesse compierlo doveva essere opera nostra. Gli Italiani dovevano sempre obbedire e fare quello che volevano.

Si è detto che era pronto un fortissimo riscatto in danaro in cambio della vita di Moro. E che l’allora ministro degli interni Francesco Cossiga ne era al corrente. Che notizie hai in merito ?

Cossiga diede le dimissioni dopo la scoperta del cadavere di Moro. Ma dopo diventerà presidente del consiglio e successivamente presidente della Repubblica. Che ci fossero della trattative diverse lo sappiamo tutti. Alcune erano più valide, alcune meno, altre erano fuorvianti. Ricordo un intervista al pentito della n’drangheta Francesco Fonti. O meglio lo definirei “semi –pentito”, perché la n’drangheta non ha dei veri pentiti. Fonti è una figura un po’ strana.  Intervistato da Riccardo Bocca dell’Espresso, racconterà che quando esploderà la vicenda della cosiddetta “ nave dei veleni” parlerà dopo del caso Moro. E vi è una sua intervista in cui rivela cose del tutto nuove e sino ad ora sconosciute a proposito delle trattative per liberare Moro. E parla di una trattativa che lascia tutti sconvolti, perché riguarda un episodio di cui non si è mai saputo nulla. Una trattativa fatta direttamente con Zaccagnini in un bar di Via Veneto. Nel corso dell’intervista lui dirà di aver incontrato mio padre. Cosa che non era mai uscita nelle dichiarazioni fatte da mio padre o dagli incartamenti. Lui asserisce di aver incontrato mio padre con degli esponenti della n’dragheta che lui non considerava molto importanti. Resta in fatto che questi personaggi non molto importanti sapevano perfettamente ogni cosa, perché tutte le cose che hanno riferito corrispondevano al vero. E successivamente aggiungerà che in tutti quei 54 giorni l’unica vera persona che cercherà di salvare Moro è stato Benito Cazora. Ed è un aspetto molto singolare per un pentito di n’dragheta. E aggiunge di essere stato lui l’artefice della scoperta di covo di via Gradoli. Dopo aver parlato con Zaccagnini e Santovito, e nel momento in cui gli viene detto di “tornare a casa”, compie un gesto che non avrebbe mai dovuto fare. Seccato per tutto il lavoro che aveva fatto, chiama la polizia e li avverte della presenza del covo di via Gradoli 96.  

Nello scorso mese di Giugno gli artificieri Vitantonio Raso e Giovanni Circhetta affermano di essere arrivati in vai Caetani un ora prima della telefonata di Morucci al prof. Tritto, e di aver visto Cossiga sul posto un ora prima. Questo conferma che era la trattativa quella mattina?

Per quello che so si poteva pensare che vi era una trattativa in corso. Che abbiano messo in piedi delle trattative di vario genere è fuori discussione.  Ma certamente vi è anche chi non ha mai voluto nessuna trattativa perseguendo un progetto molto chiaro: far finire tutta la vicenda nell’esito che sappiamo. Mi rendo conto che forse dicendo questo mi metterò qualcuno contro, ma da quello che so io le cose stanno cosi.

Steve Pieckzenic, un consulente americano molto vicino a Cossiga, componente del  suo “ comitato di crisi” istituito al Viminale, ha dichiarato nel libro “ Abbiamo ucciso Aldo Moro” di aver temuto che la mattina del 9 Maggio fosse liberato, perché Moro era un ostacolo alla politica americana in Italia. Dato che tuo padre si è molto adoperato per liberare Moro, credi che il suo lavoro sia stato ostacolato da Pieckzenic in quei giorni ?

La figura di Pieckzenic è molto complessa da valutare, perché racconta delle verità inequivocabili e noi facciamo finta di nulla. Il nostro è un paese che si permetta anche il lusso di non ascoltare dei validi testimoni , solo perché si era già decisa la morte di Moro.  Quando la commissione stragi presieduta da Pellegrino chiese a Pieckzenic di testimoniare, lui disse che sarebbe venuto solo a patto che gli fosse stato pagato il viaggio. La commissione  gli rispose che il viaggio non gli sarebbe stato pagato, e lui si rifiutò di venire. Se avesse parlato ne sapremmo oggi molto di più.  In ogni caso Cossiga , che aveva tutte le forze dell’ordine a disposizione, non è arrivato a nulla . Mio padre che nona aveva nulla a disposizione era arrivato alla verità. Quando a Cossiga gli fanno notare che tutto quello che aveva detto Cazora corrispondeva al vero, mio padre venne emarginato e messo nell’ angolo.  

Quanto ti pesa tutta questa storia dopo 36 anni ?

Pur essendo giovanissimo nel 1978 , in quei giorni ebbi modo di vivere delle cose direttamente con mio padre. Eravamo quasi in simbiosi. Questa è una vicenda che mi è pesata e mi pesa ancora oggi. Quanto fatto pagare negli anni successivi a mio padre è stato fatto pagare anche a me. Io ora ho 52 anni e sono senza lavoro da 20 anni per questa storia. Su questo non ho dubbi . Che io me ne sia ormai abituato a tutto questo è un conto. Spero che non lo sia per il popolo italiano. Il peso concreto lo porto ancora io oggi solo perché conosco la verità.

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