Nicola Lofoco

Il giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai

Caso Sallusti, Lopez risponde

di Nicola Lofoco

Il 14 gennaio 2007 il quotidiano ”Libero“ pubblica un commento ad un articolo del giornalista Andrea Monticone firmato dallo pseudonimo “Dreyfus” intitolato: “Il giudice ordina la morte, la legge più forte della vita”. Nel commento si scrive di una ragazza di 13 anni autorizzata ad abortire da un giudice di Torino e poi finita in una clinica psichiatrica per le conseguenze di tutta la sua dolorosa vicenda. Mai nominato nel commento, il giudice tutelare in questione era Giuseppe Cocilovo, che sporge subito querela contro “Libero” per diffamazione, tenendo anche conto delle righe finali di quell’ articolo che affermava testualmente : se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”. Queste righe firmate da “Dreyfus” , pseudonimo che non consente di individuare l’autore reale dell’ articolo, fanno ricadere interamente la responsabilità del contenuto di quel commento all’ allora direttore responsabile del quotidiano, Alessandro Sallusti. Dietro “Dreyfus” si celava in realtà Renato Farina, giornalista e scrittore, che sarà eletto nel 2008 senatore del Pdl e radiato nel 2006 dall’ordine dei giornalisti della Lombardia per essere stato accusato di aver collaborato con il Sismi ed aver pubblicato notizie e dossier falsi. In ogni caso, la “patata bollente” è finita addosso a Sallusti, che attualmente dirige il quotidiano “Il Giornale” . Il 26 Settembre scorso, la cassazione ha confermato la condanna a 14 mesi di carcere per Sallusti , aprendo una serie infinite di polemiche. In molti affermano che non è possibile andare in carcere per un articolo, altri invece credono che sia giusto pagare il conto con la giustizia quando si è accusati di diffamazione. E anche in questo caso, si è tornati a parlare di leggi “ ad personam”, come se ormai in Italia non fossimo abituati a sentirne parlare, per evitare la carcerazione al direttore del quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi. Su tutto questo, abbiamo raccolto l’opinione di Belle Lopez, giornalista e scrittore, esperto di informazione :

Lopez, in molti sostengono che non è giusto mandare in carcere un giornalista per un articolo, anche se diffamatorio. Cosa ne pensa?

“Non sono dell’opinione che, mentre si dovrebbe poter mandare in galera un poveraccio per aver rubato una mela al supermercato o anche un tipo che in piazza diffami gravemente un’altra persona, si dovrebbe risparmiare un identico trattamento a un giornalista che rubi la dignità e distrugga la vita di un’altra persona per il solo motivo di averlo fatto per iscritto su un giornale. La legge deve essere uguale per tutti. Credo invece che in Italia si debba procedere – per tutti, non solo per i giornalisti – a una seria azione di depenalizzazione e di decarcerizzazione, con il ricorso a pene alternative alla privazione della libertà personale. Altra cosa è l’”area franca” che una democrazia, per essere tale, deve sempre garantire alla libertà di opinione, comunque e in qualsiasi sede espressa, a cominciare naturalmente dai giornali. Ciascun cittadino – giornalista o impiegato del catasto – deve essere libero di esprimere la propria opinione, così come ciascun cittadino deve rispondere delle proprie azioni. Per capirci, siamo di fronte ad una questione analoga a quella, anch’essa antica, relativa alla satira, vale a dire alla pretesa dei vignettisti di non dover rispondere del contenuto eventualmente diffamatorio, ingiurioso od oltraggioso delle proprie vignette. Temo di essere stato e di essere in minoranza, ma, dato che “ne uccide più la penna (o la matita) che la spada”, credo che nessun giornalista o vignettista debba essere trattato meno severamente di qualsiasi altro cittadino. Fatte salve la libertà di opinione, di pensiero e di critica, e la necessità di ricorrere alla pena della carcerazione solo in casi estremi”.

Sallusti, accusato di diffamazione, ha espressamente affermato di non voler alcuna legge “ad personam” che eviti per lui la carcerazione. Come pensa che dovrebbe comportarsi la politica in questo momento?

“Come non si comporta da decenni: evitare leggi ad personam – nei tempi e soprattutto nei contenuti – e legiferare per principi, senza continuare ad affastellare leggi e leggine particolari su questo o quell’aspetto di fenomeni generali. Si pensi che si è arrivati a deliberare una norma specifica sul femminicidio. Ma, per restare al nostro tema, basterebbe una legge – una sola – che definisca e colpisca la diffamazione. Che poi io commetta questo reato con un articolo o con un disegno o con le parole o con una lettera o con un fotografia o con un post o con un tweet, non dovrebbe fare alcuna differenza: la gravità degli atti specifici la dovrebbe valutare il magistrato”.

Crede che anche l’Ordine dei Giornalisti dovrebbe prendere provvedimenti in materia, varando nuove regole in materia di deontologia professionale?

“Più che di nuove regole – anche qui – credo che si tratti solo di applicare seriamente i principi deontologici già fissati nei nostri statuti professionali. Ed è esattamente quello che normalmente non si fa, perché anche nella nostra categoria intervengono criteri di opportunità e di opportunismo, di appartenenza e di fazione, oltre che di opaca solidarietà corporativistica che impediscono all’Ordine di fare sistematicamente quegli interventi tempestivi e radicali che la realtà della pratica giornalistica italiana da tempo richiede. Essi avrebbero potuto impedire la deriva non solo diffamatoria ma teppistica, quando non squadristica che ha travolto alcuni settori della nostra categoria e che soli potrebbero attenuare i danni già inferti da essa all’intera categoria e alla sua credibilità. Sui veleni e sulle infezioni circolate in questi decenni ad opera, per esempio, di testate come Libero e Il Giornale – che hanno contribuito a stravolgere il linguaggio e la dignità della gran parte delle altre testate (oltre che della politica e della percezione della politica da parte dei cittadini) – l’Ordine doveva e poteva fare molto, e invece ha fatto pochissimo, quasi niente. L’Ordine, se ha un senso tenerlo ancora in piedi, deve saper distinguere fra la difesa dei legittimi diritti della categoria e la difesa a prescindere di ogni iscritto, fra chi esercita il giornalismo per informare e per esprimere la propria opinione e chi invece strumentalizza e umilia il giornalismo per altri motivi spesso abietti”.

Cosa dovrebbe fare un buon giornalista per mantenere ben separata l’informazione dalla diffamazione?

“Facendo il giornalista. L’informazione, in quanto descrizione della realtà, non può essere mai diffamazione. Il problema, anzi il doppio problema è che in Italia si fa poca informazione o comunque la si ritiene quasi un genere minore e ora, con la scusa di internet, addirittura obsoleto: perciò il primato è assicurato all’opinionismo, agli editoriali, ai commenti, ecc., che poi ha (de)generato un gruppo di testate e un piccolo ceto di giornalisti al servizio permanente effettivo di gruppi di potere con tanto di amici e cricche da salvaguardare, e di nemici e avversari da colpire, anche con la diffamazione. Non so quanto ci vorrà ma, quando avremo una vita pubblica migliore di questa, avremo anche un’informazione migliore perché più fedele e coerente con quella che oggi si chiamerebbe la sua mission. E in un sistema informativo normale, anche il problema della diffamazione assumerebbe caratteristiche e dimensioni normali”.

 

da www.ebdomadario.com

      www.infodem.it 

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